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Storia e attualità nella politica del paesaggio in Italia e in Europa
suggerito da opere come la “Storia del Paesaggio Agrario” di Sereni, o
dalla stessa World Heritage Convention dell’UNESCO nel 1972.
Appare sintomatico osservare come a questa grande opera di mu-
seografia diffusa che interessa il territorio italiano, non solo non fa se-
guito una presa di coscienza del suo valore culturale, ma successiva-
mente si cominciano ad assegnare a queste istituzioni etichette di “eco-
musei” in parte forse per cercare di rimediare ad una sorta di “peccato
originale” dovuto all’assenza di un loro significato ecologico e in parte
per esercitare un richiamo maggiore verso il pubblico, come peraltro
avviene con il cosiddetto eco-turismo, in cui si accomunano in una vi-
sione ecologica interessi raramente finalizzati a tale proposito.
Nel settore forestale ciò avviene nonostante le esperienze maturate
nella stessa Università di Firenze, con la creazione della Collezione
Tecnologica Forestale, da cui però non è scaturita una diversa visione
del problema del paesaggio, ma piuttosto un maggiore interesse per il
ruolo dell’uomo come agente modificatore degli ecosistemi forestali
(Piussi, Zanzi Sulli 1983). Si lascia così ulteriore spazio all’affermarsi
dei valori della “naturalità” nel settore forestale, con un processo cultu-
rale molto interessante attraverso il quale le caratteristiche antropiche
del paesaggio italiano vengono prese ad esempio più spesso come di-
mostrazione di uso insostenibile delle risorse ambientali, facendo pro-
pria una visione del rapporto fra uomo e natura assente nella tradizione
italiana, ma molto più forte nella cultura nord-europea e nord-america-
na, piuttosto che come modello interpretativo per le caratteristiche del-
la biodiversità o le dinamiche ecologiche. In sostanza la cultura della
“naturalità” viene traslata nell’ambito italiano traducendosi nell’intento
di ripristinare i territori naturali esistenti in un passato non precisato,
sia per l’ambiente stesso che per la “soddisfazione dell’anima”, come
spiegava Franco Zunino negli anni ’90, in un saggio significativamente
intitolato “Ripristinare la natura selvaggia” (Zunino 1992). Una inten-
zione che indubbiamente si avvantaggia sia delle attuali dinamiche del
paesaggio, sia dei minori costi che lasciare libera la natura comporta ri-
spetto alla conservazione dei paesaggi culturali.
Anno
Con il consolidarsi della prospettiva di un progressivo riscaldamento
III
della superficie terrestre dovuto all’azione dell’uomo e l’aggancio del
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