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Storia e attualità nella politica del paesaggio in Italia e in Europa


            riferimento per la individuazione dei “paesaggi naturali” (Moreno 1988)
            che, quando proposti, non possono che qualificarsi anch’essi come scel-
            te culturali. Lo stesso concetto di “vegetazione potenziale”, oggetto di
            dibattito verso gli anni ’60 in Europa e poi in Italia (Tuexen 1956,
            Ozenda 1963, Tomaselli 1966) succedutosi all’ormai inapplicabile con-
            cetto di “climax” sul quale si erano peraltro ingaggiate fiere battaglie
            (Ciancio 2004), conferma in effetti il grande margine di libertà avuto
            dall’uomo per modificare le componenti del mondo vegetale per le sue
            necessità, sono infatti i fenomeni socioeconomici avvenuti all’interno
            dei sistemi agrari o forestali che hanno definito gli assetti paesaggistici.
               Tutto ciò conferma una sorta di dicotomia fra un approccio storico-
            culturale ed uno naturalistico-ecologico, al quale viene associata una
            quasi “automatica” funzione miglioratrice della qualità dell’ambiente e
            del paesaggio. A ciò si aggiungono anche le attuali tendenze di una parte
            della gestione forestale operata a livello pubblico, secondo la quale il
            concetto di paesaggio viene associato ad altre funzioni svolte dai boschi,
            quali assorbimento della CO 2 , biodiversità, produzione, suolo, ricreazio-
            ne ecc. Si opera in sostanza un parallelo fra grandezze non omogenee e
            quindi non comparabili, considerando il paesaggio come uno dei tanti
            obiettivi di una gestione multifunzionale del territorio forestale. È infatti
            evidente che componenti ambientali quali aria, suolo, acqua, vegetazio-
            ne, oppure indirizzi gestionali quali produzione legnosa, gestione della
            fauna o biodiversità, siano elementi che contribuiscono a definire un
            paesaggio, ma non possono affiancarlo o sostituirlo come paradigmi
            della pianificazione. Ciò è bene espresso nel nuovo Codice dei Beni
            Culturali del 2005, in cui la pianificazione paesistica assume un ruolo so-
            vraordinato e ad essa si rifanno le altre pianificazioni, non viceversa.
               D’altronde, la comprensione del paesaggio richiede strumenti cono-
            scitivi e quindi se, come dice Milani (2001), ricercare e scoprire i caratteri
            culturali del paesaggio nella loro essenza richiede «l’esercizio dello sguar-
            do allenato a percepire e distinguere», come è possibile che ciò avvenga
            se non vengono forniti tali strumenti? Da questo punto di vista la messa    7
            a fuoco del problema dell’insegnamento nelle facoltà di agraria e scienze   n.  -
            forestali, discusso durante un incontro interfacoltà di alcuni anni fa a    III
            Bologna, ha trovato quasi tutti gli intervenuti concordi nella necessità
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