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L’uomo del XII secolo di fronte alla natura
rere all’armonia universale e totale, che è come un riflesso dell’unità di-
vina stessa. Tale corrispondenza è il vero fondamento del simbolismo».
La reciprocità nelle relazioni uomo-ambiente, fa sì che al cambia-
mento dell’uomo, al miglioramento o peggioramento della sua qualità
di vita, alla sua crescita e sviluppo, corrisponda sempre un mutamento
tra essi e il mondo che lo circonda. E di pari passo al mutamento del-
l’ecosistema, certamente riscontrabile nel passaggio tra tarda antichità e
alto Medio Evo, e ancora tra alto e basso medioevo, mutano inevitabil-
mente anche i termini del rapporto uomo-ambiente.
L’alto Medio Evo vede l’uomo sulla difensiva, pressato da un am-
biente naturale che sempre più sfuggiva alle sue capacità di controllo,
ma proprio a causa di tale stretto contatto, il rapporto che l’uomo in-
staura con il mondo animale in questo periodo è strettissimo e sarebbe
impensabile un alto Medio Evo non caratterizzato da un rapporto con-
tinuo tra uomo e l’animale. Gli uomini dell’XI secolo si porranno inve-
ce in diretto conflitto con l’incolto, che passa da uno spazio sfruttabile
così com’era ad un territorio da modificare radicalmente. Un simile at-
teggiamento non può non coinvolgere gli animali che in esso vivono e
con i quali fino ad allora l’uomo aveva condiviso la frequentazione e
l’utilizzo del bosco, della foresta, della palude. A seguito di tale mutata
disposizione, le bestiae divengono pericolosi concorrenti, non solo per-
ché avvertite culturalmente come più distanti, ma anche dal punto di vi-
sta materiale. Costrette a ritirarsi in ambiti progressivamente più ridotti
ed inospitali, esse sono costrette ad ingaggiare con l’uomo una feroce
lotta per la sopravvivenza. Ne consegue la nascita di una vera e propria
“mitologia del terrore” relativa agli animali selvatici, per la quale alcuni
di essi, in particolare il lupo, vengono trasformati in mostruosi mangia-
tori di uomini.
Tra coloro che si trovano a confrontarsi ogni giorno con l’ambiente
naturale, ci sono senz’altro i monaci. Nei monasteri benedettini e in
quelli di riforma cluniacense, le prescrizioni della regola di San
Benedetto relative al lavoro manuale erano state a poco a poco abban-
donate ed i lavori nei campi erano eseguiti da operai salariati o da mez-
zadri sotto forma di prestazioni d’opera. La forte spinta di un’esigenza
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riformatrice incominciò con Roberto di Molesmes, e in ambito cister-
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