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L’uomo del XII secolo di fronte alla natura
Medio Evo e la tradizione esegetica vedeva nel venator per eccellenza
Satana stesso. A prescindere da ogni considerazione sull’effettiva osser-
vanza della regola, che in molti casi veniva trascurata, è evidente che il
peso di tale divieto sull’economia monastica non può non essere stato
rilevante, e che la tradizione culturale dalla quale esso nasceva non po-
teva non avere profonde ripercussioni sugli atteggiamenti mentali e sul
comportamento dei monaci.
Il modello perfetto adattato ad interpretazioni e compromessi di vol-
ta in volta diversi, appare quello di astenersi dal consumo di cibi di ani-
mali, per il contenuto di violenza, più o meno esplicita, che ciò inevita-
bilmente implica. In questo senso il codice di comportamento alimen-
tare proposto dall’ideologia monastica era specularmente contrapposto
a quello dei potentes. Rifiutare, in tutto o in parte, il consumo di carne,
sostituendolo con il pesce o meglio ancora con una dieta tendenzial-
mente vegetariana, rifiutare più in generale un’etica di comportamento
che esaltava il mangiare abbondantemente come segno di nobiltà, pro-
ponendo un atteggiamento di moderazione, di distacco dal cibo; tutto
ciò significava il rifiuto del mondo, la scelta di un modello di vita non
violento e formato alle istanze dello spirito. Inoltre sempre forte era
l’ambiguità di una terminologia che appaiava la realtà fisica della carne,
intesa come corpo/piacere/peccato, alla realtà nutrizionale della car-
ne/alimento. A scopo più genericamente terapeutico l’utilizzo degli ani-
mali era invece del tutto normale in una società che ad ogni livello di
cultura (popolare e letterata, orale e scritta) si affidava prevalentemente
a rimedi tratti dalla natura, nella convinzione di una profonda coesione,
di una sostanziale unità, di una segreta trama di collegamento fra i di-
versi esseri del creato.
I monaci, pur impegnati assiduamente nel lavoro manuale ed avendo
dunque dimestichezza con il mondo naturale dei campi, dedicavano pe-
rò anche lunghissime ore allo studio della tradizione letteraria - biblica,
patristica, classica - al punto di giungere spesso a vedere la natura attra-
verso le lenti dell’insegnamento scolastico e gli esempi degli auctores.La 6
letteratura monastica è infatti ricca di esempi, immagini e raffronti de- n.
sunti, mediante una compenetrazione reciproca, dal mondo della natu- - II
ra e da quello della cultura. E soprattutto il genere agiografico è quello
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