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L’uomo del XII secolo di fronte alla natura


            cense assunse proprio la sua più piena evidenza, avendo i monaci l’ob-
            bligo formale del lavoro manuale nella stessa forma che Dio ha impo-
            sto all’uomo nella Genesi: il lavoro della terra. I monasteri cistercensi
            del secolo XII si presentavano come dei poderi agricoli modello: erano
            costruiti per lo più nel fondo di valli umide circondate dai boschi ed i
            lavori di prosciugamento, di drenaggio, o di irrigazione per crearvi fer-
            tili pascoli, sono stati sempre la loro attività prediletta. Il monastero ci-
            stercense vive in autarchia quasi completa, diremmo oggi. Magazzini di
            ogni tipo provvedono ai suoi bisogni; e ad occupare il posto più impor-
            tante è il lavoro dei campi: produzione di cereali, legumi, arboricultura,
            manutenzione dei boschi, viticoltura, sono tenuti in maggiore o minore
            favore a seconda della natura del suolo e del clima. I lavori dei campi
            costituivano per loro una vera ascesi, oltre che un rimanere fedeli alla
            Regola. La mietitura è considerata come una delle fatiche più meritorie
            e San Bernardo presenzia lui stesso alla fienagione.
               In tutta questa attività non manca certo un uso cospicuo degli ani-
            mali come forza lavoro: «Ai monaci del nostro ordine il vitto deve per-
            venire dal lavoro delle proprie mani, dalla coltivazione della terra, dal-
            l’allevamento del bestiame. Da ciò è dunque lecito possedere per nostro
            uso fonti, boschi, vigne, prati, terre lontane dalle abitazioni degli uomi-
            ni, ed animali». Dunque il rapporto diretto con la natura è cercato e vo-
            luto da questi uomini che si pongono al di fuori della societas e vogliono
            condurre una vita che abbia come scopo l’avvicinarsi il più possibile al
            Paradiso. Viene in tal modo costituendosi tutta una geografia sacra che
            interessa pure le condizioni climatiche ed atmosferiche viste come ele-
            menti provvidenziali. Foreste, montagne, caverne, partecipano anch’es-
            se di questa visione sacrale - sulla linea di antichissime tradizioni precri-
            stiane come i culti della vette - mentre l’uomo di Dio è pienamente in-
            serito in simile spazio naturale a volte in forza sottratto, in maniera più
            o meno ampia ed estesa, allo spazio profano, o ritenuto tale.
               In questo contesto non si può non accennare al ruolo degli animali
            nell’alimentazione monastica, parlando più correttamente di un’assen-       6
            za: la dieta monastica non prevede la carne, almeno fino al pieno Medio     n.
            Evo. Il cibarsi di carni era infatti la norma di tutti i ceti più ricchi, e di  -  II
            chiunque potesse quando se ne presentavano le rare occasioni. Si può
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