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L’uomo del XII secolo di fronte alla natura
ca, di uno spirito poetico, non la ricerca empirica per una conferma ad
una teoria; per lui la natura era un mezzo di comunicazione con Dio.
Quando entrava nella fitta foresta di Cîteaux, quando guardava le nuvo-
le in movimento, non considerazioni artistiche né freddi ragionamenti
offuscavano l’intrinseca luce che illuminava la bellezza della natura, do-
no della Parola creatrice di Dio. Il giovane novizio sapeva che la bellez-
za di un fiume, di un albero, di una montagna distante, i fiori e i canti
degli uccelli erano destinati a svanire; ma, all’alba della creazione queste
cose meravigliose erano state definite “molto buone” dal loro Creatore.
Dalla Bibbia guardava alla natura, e dalla natura guardava ancora alla
Bibbia: l’una aiutava a capire l’altra». E questo suo atteggiamento ce lo
conferma il suo biografo quando scrive che «tutto quello che lui inter-
preta spiritualmente, confessa di averlo imparato soprattutto meditan-
do e pregando nei boschi e nelle campagne e […] che unici maestri che
abbia mai avuto, sono le querce e i faggi». La natura è infatti per San
Bernardo una fonte fondamentale quando si accosta ai valori sacri e mi-
stici, ma ancora di più è il luogo privilegiato in cui Dio può essere in-
contrato e conosciuto, e dove si può fare esperienza di Lui.
La natura e gli animali hanno sin dalla più remota antichità accompa-
gnato la vita dell’uomo nel suo sviluppo. Nel Medio Evo il rapporto uo-
mo-natura è stato diretto e strettissimo, e per la società cristiana medie-
vale gli animali in particolare sono considerati simboli e modelli esem-
plari per l’agire umano, come dimostrano esempi tratti sia dalla tradizio-
ne classica che dal mondo cristiano. Il ruolo degli animali nella società
medievale è molteplice e complesso: si incontrano infatti nella realtà
quotidiana, come presenze tanto involontarie quanto inevitabili, ma più
spesso nelle fonti scritte le figure animali sono protagoniste di episodi
dove a prevalere è la loro valenza simbolica. Questi due aspetti non so-
lo non si escludono a vicenda, ma anzi si compenetrano in rapporti tal-
volta armonici talvolta conflittuali. Soprattutto nelle aree geografiche
occupate da popolazioni di stirpe germanica, è tutt’altro che raro imbat-
tersi in antroponimi formati col nome di animali endemici, quale lupo,
orso e cinghiale, atti a simboleggiare, nel loro uso metaforico, la strenua
virtù guerriera di una società che si fonda in larga misura sui valori di
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coraggio propri del ceto dei bellatores.
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