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Rappresentazioni mitiche e letterarie della foresta nella cultura russa
tiglio, larice e abete e ricavate con l’ascia dal tronco interno, scegliendo-
ne lo strato più duro. Nell’icona Di te si rallegra ogni creatura, un’immagi-
ne sacra canonica che ha un alto significato simbolico, è raffigurato l’al-
bero del paradiso, arbusti, fiori e rami.
Nel periodo della prima europeizzazione della Russia, Pietro il
Grande tentò di inserire la cultura russa nel sistema “simbolico e mito-
logico” europeo costruendo dei giardini ispirati al modello di Versailles
(Giardino d’Estate, Peterhof, Carskoe Selo). Nella varietà “regolata”
dei giardini petrini, l’albero ebbe un posto centrale: secondo Likhacëv,
la semantica dei giardini ha svolto un ruolo fondamentale nell’“illumi-
nismo petrino”, delimitando lo spazio della società di corte. Pietro il
Grande amava gli alberi e puniva severamente chi li abbatteva; lo zar
fece importare dall’estero diverse specie di alberi (tigli, castagni, faggi,
olmi, cedri, carpini e larici, aranci, alberi da fico). Il Palazzo d’Estate fu
chiamato “casa dell’abetaia”, perché era immerso in un bosco di abeti
continentali. All’epoca di Pietro il Grande fu introdotta la jolka, l’abete
decorato per festeggiare l’anno nuovo: in epoca sovietica la jolka fu
bandita, perché ricordava la celebrazione del Natale. Tra Settecento e
Ottocento si affermò una visione dell’uomo e della natura dominata
dalla “malinconia” (in russo chandrà) e il bosco, come attesta lo scritto-
re e storico Karamzin nella poesia Malinconia (1800), tornò ad essere
“gradito” e “amato romitaggio” contro la “rozza felicità” del consor-
zio umano. La letteratura russa dell’Ottocento ricondusse alla superfi-
cie il sottosuolo mitologico e fitomorfo della cultura russa; secondo
Michail Epštein, la foresta immaginata dalla letteratura è il “megatesto”
della Russia, il “libro poetico dell’intero popolo russo, devoto alla natu-
ra”. Puškin ha rielaborato poeticamente miti e leggende dei “tempi tra-
passati”; nel poema Ruslan e Ljumila e nelle liriche puškiniane ricompa-
iono la “verde quercia”, il lešij che vaga nei boschi e la russalca, la ninfa
lacustre che vive tra “foreste folte” e che può far perdere il senno anche
a un eremita. Con il suo “monachesimo ironico”, Puškin, secondo
Likhacëv, riscopre il semplice paesaggio russo e la storia come parte
integrante della natura russa. Nell’opera storico-poetica di Puškin la
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foresta è sia il luogo della “libertà segreta”, dell’inquieta erranza della
Russia con i suoi vagabondaggi tra Oriente e Occidente, sia il luogo
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