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Rappresentazioni mitiche e letterarie della foresta nella cultura russa


            da una quercia. Durante una passeggiata del principe Andrei nel bosco,
            la vecchia quercia sembra parlare: la quercia non vuole cedere
            all’“ingannevole illusione” del fatuo rigoglio primaverile e, sebbene,
            nella sua nuda vetustà, appaia gibbosa e scorticata, continua a stare
            eretta non credendo alle speranze e agli inganni dei tempi nuovi. Dalla
            quercia, il principe Andrei (un ambizioso che aspira a salvare la Russia
            e a diventare Napoleone) trae un insegnamento morale: non «doveva
            intraprendere nulla di nuovo, doveva solo continuare a vivere senza far
            del male, senza agitarsi e senza più nulla desiderare». Per Tolstoj, la pace
            dei boschi, antitesi della guerra, è conforme alla natura. Sostenitore del-
            l’etica della terra che ha come unica guida la natura, Tolstoj (che tentò
            di mettere in pratica tale etica nella sua tenuta di Jasnaja Poljana) in
            Anna Karenina ha denunciato la distruzione delle foreste come emble-
            ma di quella crisi della Russia moderna che non era solo spirituale e
            morale, ma anche economica e agraria. Tolstoj divenne un “secondo
            zar” e nel 1859 propose il ripristino di quelle aree densamente boschi-
            ve che nel periodo medievale servivano come linea di difesa contro le
            invasioni che venivano dal sud. A tale scopo Tolstoj proponeva di isti-
            tuire un corpo di “liberi imprenditori”, perché, quale anarchico religio-
            so, non credeva nella burocrazia statale.
               In Oblomov, Goncarov ha risvegliato gli spiriti del domovoi e del lešij
            nell’utopia onirica dell’apatico protagonista del romanzo che oppone
            un’antieroica e accidiosa resistenza all’attivismo meccanizzato della
            civiltà moderna. Ad Oblomovka (patria ideale dell’oblomovismo)
            regna la felicità di una vita tranquilla simile al “sonno”. In questa
            Arcadia infantile anche il paesaggio rurale dorme un sonno profondo
            e, nel sogno, Oblomov rivede se stesso come un bambino timoroso di
            varcare la soglia di casa. Oblomov vorrebbe raggiungere il “bosco di
            betulle”, ma resta atterrito da un antimondo inquietante che fa paura,
            perché popolato dal lešij che rapisce i bambini, dai briganti e da fiere
            terribili. Oblomovka resta un sogno sospeso tra la ferinità incivilita del
            mondo moderno e la selvaggia ferinità della selva incontaminata. Dal
            canto suo, Dostoevskij contrappone il sogno dell’ “età dell’oro”, del        .3
            paradiso terrestre dell’umanità all’utopia rivoluzionaria e nichilista del   oI-n
            “palazzo di cristallo”. L’età dell’oro è un mito che attraversa l’opera      n
                                                                                         n
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