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Rappresentazioni mitiche e letterarie della foresta nella cultura russa


               distruzione del fuoco sono l’emblema di una vita precaria e nomade
               che lo Stato russo ha tentato di arginare costringendo la popolazione a
               diventare stanziale. Pietroburgo, la capitale creata dal nulla nel 1703
               dalla volontà titanica di Pietro il Grande per aprire una “finestra
               sull’Europa”, era sorta, secondo Puškin (Il cavaliere di bronzo), “fastosa e
               altera” in uno spazio dove c’era il bosco e dove nereggiavano le izbe:
               Pietroburgo sembrava una fantasmagoria europea sempre sull’orlo di
               essere inghiottita dal “buio delle selve” russe. Dopo la fondazione di
               Pietroburgo la letteratura russa, secondo Strada, è attraversata dalla
               dicotomia tra spazio urbano “chiuso” e spazio “aperto” della campa-
               gna e della foresta, tra eroi dello “spazio chiuso” e eroi dello “spazio
               aperto” (eroi della strada ed eroi della steppa e della foresta).
               L’incontro-scontro tra i due spazi avviene nell’opera di Gogol’, il can-
               tore del paesaggio russo che amava il carattere pre-moderno, bucolico
               e pastorale della Roma del Papa-Re che gli appariva come una città-vil-
               laggio, come una sorta di periferia della campagna. Nelle Veglie a una fat-
               toria presso Dikan’ka , Gogol’ interseca il mondo della magia con quello
               della vita quotidiana e il bosco diventa di nuovo un “luogo incantato”.
                  Nelle  Anime morte  il viaggio di Cicikov, il mercante di contadini
               defunti, attraverso la Russia rurale descrive un paesaggio “capovolto”:
               mentre il paesaggio umano è popolato di grottesche e volgari figure
               pietrificate dall’immobilismo e dallo squallore, la descrizione di quello
               naturale è “animista”. Gogol’ è un osservatore “mobile” della natura:
               gli alberi, pini e abeti “uniformemente malinconici”, si serrano in spes-
               sa foresta agitando le “nere barbe come esseri vivi” e, protendendo i
               lunghi rami, sembrano voler “soffocare” il viandante. Nella grottesca e
               fantasmagorica “geografia della prosa” di Gogol’ il paesaggio russo
               appare come una “betulla stroncata” da un uragano e piantata nella
               nera profondità di un giardino barocco tra una confusione di frasche
               avvizzite dalla quale spuntano il “cavernoso decrepito tronco di un sali-
               ce” e una “canuta acacia siberiana”.
                  In Guerra e pace di Tolstoj la natura “svaluta e nega” la storia che ha
               fatto la sua irruzione sul suolo russo con l’invasione napoleonica del
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               1812. Al pathos rivoluzionario dei francesi e alla guerra patriottica dei
               russi, Tolstoj contrappone il “nudo” processo della vita rappresentato
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