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Rappresentazioni mitiche e letterarie della foresta nella cultura russa


               non sono avvertibili”. Dal canto suo, Solzenicyn, ne La casa di Matrëna,
               racconta il suo ritorno dal deserto del Gulag; tornando nella Russia
               centrale, può sentire di nuovo lo “stormire del bosco”. Il bosco e l’iz-
               ba di Matrëna sono il simbolo della riscoperta di una “Russia antica,
               remota” che la rivoluzione ha tentato invano di cancellare. Nelle sue
               memorie Likhacëv ricorda il periodo trascorso nel lager delle isole
               Solovki, epitome della storia russa: prima di far parte nell’arcipelago del
               Gulag sovietico, le Solovki sono state dal XV secolo la sede di un
               monastero e centro della cultura ortodossa. Cercando di sfuggire alla
               persecuzione del “peggior boia” del Gulag, Likhacëv si era inoltrato nel
               bosco: nel folto degli alberi c’era una “striscia paludosa” che era stata
               il braccio di un fiume. Nella striscia “mefitica” giaceva un grosso abete,
               Likhacëv salì sul tronco e si mise in salvo sull’altra riva; il boia, per
               incanto, pose fine all’inseguimento e poté solo violare la “santità del
               bosco” con le sue imprecazioni. Per Likhacëv (che negli anni Novanta
               è tornato a visitare le Solovki per un documentario televisivo sulla sua
               vita), la storia sovietica è rimasta al di qua del bosco, mentre quella
               russa ha trovato rifugio nella fitta foresta per non cadere nell’oblio.
               Tuttavia il ritorno al bosco della Russia post-sovietica, quale scoperta
               delle proprie autentiche radici, appare quanto mai problematico. Nel
               racconto La freccia gialla, Viktor Pelevin, lo scrittore più emblematico
               del neo-assurdismo russo, raffigura la Russia contemporanea come un
               treno senza capo né coda lanciato verso un improbabile radioso avve-
               nire capitalista, ma che ha per destinazione un ponte distrutto. Dai
               finestrini della “freccia gialla”, il lugubre paesaggio sembra un campo-
               santo della storia e della natura e si possono vedere alberi con tracce di
               “recenti funerali” e una chiesetta bianca sormontata da una croce sbi-
               lenca e con la parte inferiore occultata dal bosco. I boschi post-sovie-
               tici, per Pelevin, sono “stentati e malaticci” come la “discendenza di un
               alcolizzato” e gli alberi sembrano innalzarsi nel cielo perché terrorizza-
               ti dalle “grida” di qualcuno. Coloro che credono all’esistenza degli
               “uomini delle nevi” pensano che quegli alberi siano stati piantati dagli
               “yeti” per impedire agli sguardi e ai pensieri dei passeggeri del treno di
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               “addentrarsi troppo a fondo nel loro mondo”. Nella Russia alla ricerca
               di se stessa il bosco conserva ancora l’enigma della sua identità e del
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