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Rappresentazioni mitiche e letterarie della foresta nella cultura russa
cedono e cadendo “crepitano lamentosamente” e per terra “tremano
coi rami agonizzanti”. I cekisti continuano a tagliare betulle e ogni
colpo suscita delle “scintille infuocate”; nella temperie del terrore indi-
scriminato, gli stessi taglialegna potrebbero diventare delle schegge che
“saltano quando si abbatte il bosco”, come recita una sinistro prover-
bio russo. Tra le schegge che saltarono insieme al bosco della Russia di
“legno” ci fu il poeta Sergej Esenin morto suicida nel 1925. “Ultimo
poeta della campagna” e “teppista”, Esenin aderì alla rivoluzione
d’Ottobre con “un’inclinazione contadina”, immaginandola come uno
scompiglio apocalittico, una tormenta di neve oltre la quale si intrave-
dono i contorni di un’“altra terra” lussureggiante. Nella poesia fitomor-
fica di Esenin, che ha dedicato versi d’amore alla “bianca betulla” e al
“boschetto natale”, la parola è “albero della vita” con “foglie idee” e
“radici suoni”. Dalla ricerca etnologica di Afanas’ev, Esenin riprende
alcune immagini mitiche come quella dell’“albero nuvolesco” sotto il
quale il contadino-gigante Otcar’ ha appreso la fede dal “dio canuto del
fuoco” (una sorta di metamorfosi di Perun). Nei poemi rivoluzionari di
Esenin il giardino-paradiso del socialismo è un ritorno ai “villaggi
beati”, alla “Rus’ di legno” che rifiuta la civiltà urbana. La “Rus’ di
legno”, invece, fu cancellata dalla “Rus’ sovietica” ed elettrificata volu-
ta da Lenin. Come rileva Serena Vitale, a Esenin non restava altro che
celebrare per la “Rus’ di legno” la “messa d’addio delle betulle”.
Tuttavia, al di là del paesaggio elettrificato scaturito dal processo rivo-
luzionario e dall’industrializzazione forzata imposta da Stalin,
Pasternak e Solzenicyn hanno ritrovato nel bosco, come afferma
Strada, “uno spazio spirituale aperto”. Nel Dottor Zivago il bosco non è
solo l’accampamento dei rivoluzionari, ma anche il luogo dove conti-
nua ad albergare uno “spirito vitale” che restituisce all’uomo le ali della
libertà. In questa metamorfosi l’uomo russo è come la farfalla marro-
ne-maculata che si posa sulla corteccia di un pino dello stesso colore e
si fonde con essa. In questo mimetismo, in questa “omocromia imita-
tiva e protettiva”, Pasternak scorge non solo la lotta per la sopravviven-
za, ma anche la “strada dell’elaborazione e della nascita della coscien- .3
za”. Nell’immobilità del bosco, Pasternak ritrova “la vita della società, oI-n
la storia, che pure eternamente muta, anche se le sue trasformazioni n
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