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Rappresentazioni mitiche e letterarie della foresta nella cultura russa


               dostoevskiana e rappresenta il primo e ultimo giorno dell’umanità. Nel
               Sogno di un uomo ridicolo appare la visione dell’età dell’oro: i “figli del
               sole” hanno stretto una viva e ininterrotta unione con il “Tutto univer-
               sale”; tale unione è suggellata dall’amoroso trasporto che essi mostra-
               no per gli alberi, con i quali parlano “come ad esseri simili a loro”. La
               nostalgia di una silvestre età dell’oro diventa nell’opera di Cechov poe-
               sia della fine di un mondo che vive solo nel ricordo: come afferma l’im-
               personale narratore del racconto La steppa, il russo «ama ricordare, ma
               non ama vivere». Simbolo della fine di un’epoca è Il giardino dei ciliegi:la
               distruzione del giardino è la rappresentazione di un mondo che sta per
               scomparire. I drammi Il Lešij e Lo zio Vanja (che è un rifacimento del
               primo) non solo pongono la questione ecologica, ma sono una sorta di
               lungo addio a quello “spirito dendrico” che ha animato la cultura russa
               tradizionale. Nei due drammi-commedia, i medici Chrušcëv e Astrov
               sono l’ultima bislacca ed esangue incarnazione del demone dei boschi.
               Entrambi affermano che i boschi sono l’ornamento della terra, perché
               insegnano agli uomini a comprendere la bellezza e la “grandiosità
               solenne”. I boschi mitigano il clima e il carattere degli uomini: il mite
               uomo dei boschi non si accanisce nella loro lotta contro la natura e non
               si ispira alla “tenebrosa” filosofia del progresso ad ogni costo.
                  Alla fine del XIX secolo, le foreste della Russia “scricchiolavano
               sotto la scure”, morivano “miliardi di alberi” e scomparivano per sem-
               pre “paesaggi meravigliosi”. Sebbene fosse ammissibile tagliare i boschi
               “per necessità”, per l’ultimo  lešij cechoviano la terra si faceva “più
               povera e più brulla”; rimaneva un unico vestigio dell’età dell’oro: una
               giovane betulla verdeggiante che si dondola al vento. Secondo
               Solzenicyn, la rivoluzione del 1917 è stata come un’ascia che ha reciso
               l’albero della storia russa. Vladimir Zazubrin, nel lungo racconto La
               scheggia (1923), narra la storia di un intellettuale che per amore della
               rivoluzione (amante bellissima e crudele) si arruola nella Ceka, stru-
               mento del terrore rosso per contrastare le forze della controrivoluzio-
               ne. Nell’allucinante sequenza di atrocità, i cekisti appaiono come dei
               taglialegna che al posto del revolver usano le asce: sotto i loro colpi non
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               cadono cadaveri ma “bianche betulle” che con il loro corpi flessuosi
               oppongono una “testarda resistenza”. Alla fine gli uomini-betulle
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