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Studi etnobotanici nella Provincia di Rieti


               D’Arce dove si sviluppo’ specie in età comunale, una vera e pro-
               pria azienda di produzione di fibre tessili.
               La canapa più piccola di prima scelta veniva destinata alle fila-
               trici per gli indumenti. La canapa più rozza, di “valle”, serviva
               per l’imbottitura dei vestiti (Di Mario, R.- 1997), per comporre
               legacci per orti, fili e spaghi per calzolai e funi per le bestie e
               tiranti.
               Si confezionavano anche corde per impiccagione (addetti erano
               i lebbrosi che operavano in rioni distanti dalle mure cittadine);
               della canapa veniva utilizzato anche il seme soprattutto per pre-
               parare nutrienti zuppe (Di Mario, R.- 1989).
               Il lino (Linum usitatissimum L.) risulta invece scarsamente docu-
               mentato in Sabina. Pene severe erano stabilite per il furto di cana-
               pa e lino…”si qua persona carpserit canepam, seu acceperit ipsam, sive
               linum, de canapina aliena, gurgo sive spasario aut aliunde”…
               Canapa e lino erano quindi particolarmente protetti sia nella
               canapina sia al macero nel gorgo (o maceratoio) sia quando
               erano messi ad asciugare (Di Carlo, E.A.- 1988).
               Nei terreni della piana reatina e della Sabina si coltivavano nel
               basso Medioevo, oltre alla canapa ed al lino, anche grano (gene-
               re Triticum), segale (Secale cereale L.), saggina (genere Sagina) ed i
               cereali come il miglio (Panicum miliaceum L.), la spelta (Triticum
               spelta L.) e il farro (Triticum spp.), il sorgo (Sorghum vulgare Pers.)
               e l’orzo precoce (Hordeum vulgare L.). Inoltre, allo scopo di
               aumentare la produzione, si operavano dei miscugli, il più dif-
               fuso dei quali era quello del frumento con la segale (Di Mario,
               R.- 1989). Non di rado i coloni si nutrivano con pane di farina di
               spelta e di orzo mescolata con quella di fave, di acini d’uva, fiori
               di nocciola e radici di felci.
               Diffusa era la coltura delle leguminose seminate in primavera,
               come i lupini (Lupinus spp.) e le cicerchie (Lathyrus sativus L.).
               La veccia (Genere Vicia) veniva usata come foraggio e l’avena
               (Avena sativa L.), utile per l’alimentazione equina era piuttosto
               rara in sabina (Di Mario, R.- 1997).
               A volte un tritello di avena veniva utilizzato nella polenta di
               miglio (Panicum miliaceum L.). I monaci di Farfa, raccolti nell’ab-
               bazia in seguito alla dispersione legata ai trenta anni di incur-
               sioni saracene che si conclusero con la vittoria dei sabini presso


                                                           SILVÆ - Anno VII n. 15/18 - 279
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