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Studi etnobotanici nella Provincia di Rieti


               come foraggio, come pianta medica per le malattie dell’intestino
               e come cosmetico (Caprioli,G.-1933).
               La coltivazione, venne incrementata tra il XVI e il XVII secolo e
               poiché numerosi erano i mulini lungo il fiume Velino, per risol-
               vere i problemi legati alle scorie si rese necessaria una legisla-
               zione che impose la collocazione dei mulini del guado a valle
               rispetto a quelli che producevano farine alimentari. Inoltre, la
               fermentazione delle foglie produceva uno sgradevole odore
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               ammoniacale di cui parla anche Loreto Mattei .
               Nel sonetto “L’abbondanza di Rieti” (Formichetti, G.- 1997)
               descrivendo le coltivazioni praticate nella pianura reatina alla
               fine del ‘600 il poeta scriveva: “...De au ce n’è lu morbo che perco-
               te...” ovvero vi è una tale quantità di guado che l’odore è ammor-
               bante.
               Nel reatino l’industria del guado andò a scomparire verso la fine
               del Settecento a causa della diffusione dell’indaco per poi ripren-
               dere se pure brevemente nel periodo napoleonico.
               Infatti, come si legge in un documento presente all’Archivio di
               Stato di Rieti datato 27 Giugno 1784, il marchese Ludovico
               Potenziani riuscì ad estrarre un succedaneo dell’indaco dal
               guado con l’aiuto dell’operatore chimico farmacista Giovanni
               Petrini.
               La Francia tentò anche, invano, di sottrarre il merito dell’inven-
               zione al reatino (Caprioli, G.-1933).
               La coltura venne tuttavia abbandonata con il tramonto di Napo-
               leone.
               Oltre a quella del guado, molte erano le colture diffuse nel terri-
               torio reatino. Dal Cabreo, libro di Catasto di tutte le terre e gli sta-
               bili del Monastero di Santa Caterina d’Alessandria in Cittaduca-
               le realizzato da Luca Lambrecche, pubblico agrimensore di Cit-
               taducale e conservato nella biblioteca del monastero di Santa
               Caterina, emerge in particolare che le colture più diffuse a Citta-
               ducale nel ‘600 erano quelle dell’olivo, degli alberi da frutto,
               delle viti. Molte terre risultavano inoltre “cannapinate” ovvero
               destinate alla coltura della canapa tessile (Cannabis L.), coltura
               già diffusa nel medioevo.



               8 Noto poeta reatino del seicento.

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