Page 27 - Rassegna 2025 numero speciale 2
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LE ITALIE NELL’ITALIA LIBERATA E RIUNIFICATA
anche se, trattandosi di un morto, non si dovrebbe pensare a questo. Ma il nero
convoglio procede in modo come se stesse fermo, come se fosse attaccato alla terra,
come se dalla terra non si potesse staccare senza una ferita. Questo funerale è il più
tragico che la fantasia possa dipingersi: non è il funerale di un uomo, di una gens, di
una razza: ma è la fine di un popolo, che la storia ha inchiodato nella cassa; e che
non può, per ciò stesso, essere calato nella terra madre, perché un popolo non
muore, non scompare nella fossa, ma può esser messo su un catafalco per restarvi
immobilizzato, mutilato, morente sotto gli occhi del mondo: simbolo d’una morte
più dolorosa, d’una morte la quale non è la fine, la conclusione acquetante della
buona morte, che vien dalla natura: che viene e si allontana da noi, come il dolore e
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il male datoci dalla natura e dalle cose .
Giudizi così impietosi erano il riflesso di una situazione reale nella quale si
trovava l’Italia liberata e riunificata dopo cinque anni di guerra, con circa mezzo
milione di morti, in gran parte civili, un milione e mezzo di prigionieri deportati
sia dai tedeschi sia dagli Alleati. Ovunque, e specialmente nelle città, cumuli di
rovine causate dai bombardamenti avevano lasciato milioni di famiglie senza
casa. In rovina era gran parte dei mezzi di trasporto, ridotti al quaranta per cento
nelle ferrovie. Minori furono i danni dell’apparato industriale, che specialmente
nel Nord era stato in gran parte salvato, ma l’agricoltura e il patrimonio zootec-
nico erano state gravemente danneggiate, con un’ingente perdita della produ-
zione alimentare e il conseguente peggioramento delle condizioni di esistenza
per una popolazione ridotta alla sopravvivenza. La scarsità degli alimenti essen-
ziali, aggravata dall’impennata dei prezzi e del costo della vita, contribuì alla dif-
fusione del mercato nero e della delinquenza. La degradazione della vita sociale
perdurò, e persino si aggravò, nei mesi successivi alla fine della guerra, come
documentavano i rapporti dei prefetti, dei questori, dei carabinieri. Ovunque
l’ordine pubblico era squassato da disordini, rapine, sequestri, omicidi, dovuti
anche alla diffusa disponibilità di armi. Valeva per la situazione in molte regioni
quanto riferiva il prefetto di Roma il 1° ottobre 1945: È urgente che si provveda
al più presto al disarmo della popolazione; il numero delle armi nascoste è assai
rilevante e al proposito non è arrischiato affermare che non esiste ancora un
ordine pubblico. […] Non solo nelle sperdute campagne, ma nelle stesse grandi
città, le rapine a mano armata si moltiplicano; è difficile viaggiare con sicurezza
su una automobile, alcune volte persino sui treni che vengono presi d’assalto e
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saccheggiati .
19 Giacomo Perticone, La democrazia in Italia, Roma, Il Filo di Arianna,1946, p. 96.
20 Cit. in Colarizi, cit., p. 398.
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