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LE ITALIE NELL’ITALIA LIBERATA E RIUNIFICATA




               anche se, trattandosi di un morto, non si dovrebbe pensare a questo. Ma il nero
               convoglio procede in modo come se stesse fermo, come se fosse attaccato alla terra,
               come se dalla terra non si potesse staccare senza una ferita. Questo funerale è il più
               tragico che la fantasia possa dipingersi: non è il funerale di un uomo, di una gens, di
               una razza: ma è la fine di un popolo, che la storia ha inchiodato nella cassa; e che
               non può, per ciò stesso, essere calato nella terra madre, perché un popolo non
               muore, non scompare nella fossa, ma può esser messo su un catafalco per restarvi
               immobilizzato, mutilato, morente sotto gli occhi del mondo: simbolo d’una morte
               più dolorosa, d’una morte la quale non è la fine, la conclusione acquetante della
               buona morte, che vien dalla natura: che viene e si allontana da noi, come il dolore e
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               il male datoci dalla natura e dalle cose .
                    Giudizi così impietosi erano il riflesso di una situazione reale nella quale si
               trovava l’Italia liberata e riunificata dopo cinque anni di guerra, con circa mezzo
               milione di morti, in gran parte civili, un milione e mezzo di prigionieri deportati
               sia dai tedeschi sia dagli Alleati. Ovunque, e specialmente nelle città, cumuli di
               rovine causate dai bombardamenti avevano lasciato milioni di famiglie senza
               casa. In rovina era gran parte dei mezzi di trasporto, ridotti al quaranta per cento
               nelle ferrovie. Minori furono i danni dell’apparato industriale, che specialmente
               nel Nord era stato in gran parte salvato, ma l’agricoltura e il patrimonio zootec-
               nico erano state gravemente danneggiate, con un’ingente perdita della produ-
               zione alimentare e il conseguente peggioramento delle condizioni di esistenza
               per una popolazione ridotta alla sopravvivenza. La scarsità degli alimenti essen-
               ziali, aggravata dall’impennata dei prezzi e del costo della vita, contribuì alla dif-
               fusione del mercato nero e della delinquenza. La degradazione della vita sociale
               perdurò, e persino si aggravò, nei mesi successivi alla fine della guerra, come
               documentavano i rapporti dei prefetti, dei questori, dei carabinieri. Ovunque
               l’ordine pubblico era squassato da disordini, rapine, sequestri, omicidi, dovuti
               anche alla diffusa  disponibilità di armi. Valeva per la situazione in molte regioni
               quanto riferiva il prefetto di Roma il 1° ottobre 1945: È urgente che si provveda
               al più presto al disarmo della popolazione; il numero delle armi nascoste è assai
               rilevante e al proposito non è arrischiato affermare che non esiste ancora un
               ordine pubblico. […] Non solo nelle sperdute campagne, ma nelle stesse grandi
               città, le rapine a mano armata si moltiplicano; è difficile viaggiare con sicurezza
               su una automobile, alcune volte persino sui treni che vengono presi d’assalto e
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               saccheggiati .
               19 Giacomo Perticone, La democrazia in Italia, Roma, Il Filo di Arianna,1946, p. 96.
               20 Cit. in Colarizi, cit., p. 398.

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