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LE ITALIE NELL’ITALIA LIBERATA E RIUNIFICATA
Per gli antifascisti, ha dichiarato Nuto Revelli, capo partigiano nel Piemonte,
i fascisti erano degli stranieri come e forse più dei tedeschi, li odiavamo più di quan-
to odiassimo i tedeschi . Migliaia di fascisti o ritenuti tali furono vittime di esecu-
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zioni sommarie, fucilazioni, eccidi di folle vendicative. Molte bande partigiane, spe-
cialmente comuniste, non si sciolsero, e invece di consegnare le armi, come era pre-
scritto dagli accordi del CLNAI con gli Alleati, le nascosero, immaginando di
imbracciarle di nuovo per compiere la rivoluzione o per impedire una rinascita del
fascismo. Le formazioni partigiane-riferiva il Comando Generale dell’Arma dei
Carabinieri in una relazione del 14 maggio 1945 sono palesemente riluttanti ad ese-
guire l’ordine di scioglimento e di disarmo. […] Senza dubbio questi elementi, ecci-
tati dalla vittoria conseguita, galvanizzati da una propaganda accorta e lusingatrice,
vanno orientandosi verso una trasformazione da squadre politiche in forze armate
di partito. E poiché non sarà facile pervenire al recupero di tante armi, largamente
distribuite e abilmente occultate, è da auspicare un’azione moderatrice degli organi
di governo o dei capi delle correnti politiche tendente ad una smobilitazione degli
spiriti facili a trascendere in vendette, persecuzioni e soprusi di carattere strettamen-
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te personale .
La violenza partigiana, nei mesi successivi alla vittoria della Resistenza, infierì
specialmente nelle provincie della Valle Padana, dove un ventennio prima si era sca-
tenata la violenza squadrista, e dove, dopo la costituzione della Repubblica sociale,
più feroce era stata la guerra civile e più numerose le stragi compiute dai fascisti e dai
nazisti contro la popolazione civile. In un rapporto inviato al Comando alleato nel-
l’agosto del 1945, l’Arma dei Carabinieri faceva risalire alle origini del fascismo e alle
violenze dello squadrismo la matrice delle violenze contro i fascisti o presunti tali,
compresi sacerdoti e proprietari con le loro famiglie, compiute in Emilia-Romagna
dopo la fine della guerra: Prima dell’avvento del fascismo l’Emilia, ed in particolare
tutto il territorio comprendente le provincie di Modena, Bologna, Forlì, Ravenna e
Ferrara, fu un focolaio di gravi agitazioni. Per affermarsi e per impedire che le masse
continuassero a seguire altri partiti, il fascismo dovette in quelle zone dare largo svi-
luppo allo squadrismo.[…] Tutto ciò ha concorso a creare profondi rancori. A ciò si
aggiungano le distruzioni operate dalla guerra e i soprusi compiuti in larga scala e in
maniera talvolta efferata, durante la dominazione nazi-fascista. Si è così determinata
un’atmosfera di odi e violenza che spiega, se non giustifica, i criminosi atti di reazione
verificatisi dalla data di liberazione delle provincie in poi […].
7 A. Gnoli, Fucilavamo i fascisti e non me ne pento, intervista a Nuto Revelli, in La Repubblica 16 otto-
bre 1991, cit. in Guido Crainz, L’ombra della guerra. Il 1945 in Italia, Milano, Feltrinelli, 2014, p.
87.
8 Cit. in Colarizi, cit., pp. 399-400.
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