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I CARABINIERI dEL 1945 - L’ITALIA LIBERATA




                  Se sapessimo dare una consapevole prova di noi, quale autorità potremmo
             riacquistare immediatamente nel mondo! Io lo sento, lo misuro, lo tocco con
             mano e mi dispero di questa nostra spirituale povertà, di questa incapacità conge-
             nita, di questa immaturità che non ha niente a che fare con la freschezza impetuo-
             sa di un popolo giovane, che sa di frusto, di contaminato profondamente, di mal-
             sano. Siamo tutti, nessuno escluso, uomini mediocri. Anche i meglio intenzionati,
             i puri, mancano di genio, di energia. Si passa dai timidi agli energumeni. Manca la
             forza calma, serena, sicura. Manca un capo, mancano i capi. E il difetto scende
             nelle masse che nessuno sa rieducare. L’immagine di un neofascismo è una finzio-
             ne superflua. Permane negli spiriti e nelle abitudini politiche l’abito fascista, fazio-
             so, eccessivo, esclusivo. Il male è più profondo di quanto noi crediamo, ed è pro-
             fondo proprio perché è innato nella natura nostra, in questa varietà di tipi umani,
             di caratteri, di inclinazioni, in questo dislivello di cultura, in questo deficiente
             senso di solidarietà civile, che fa degenerare la competizione politica in rissa, che
             porta ogni controversia sul terreno della malafede, che devia il trionfo dell’idealità
             politica verso il trionfo dell’egemonia politica, che esclude la possibilità delle one-
             ste connivenze fra i partiti, che toglie alla lotta ogni carattere di generosità. Per aver
             fede in un metodo di rinascita, bisogna vedere il male fino in fondo. Chi oserà dire
             il vero agli italiani, chi oserà mortificarli prima di innalzarli renderà al paese il solo
             onesto ed efficace servizio . Il confronto con il civismo delle nazioni democrati-
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             che faceva risaltare i difetti italiani, e aggravava lo sconforto in quanti si accingeva-
             no a ricostituire su basi democratiche una nuova coscienza nazionale. E molti anti-
             fascisti risalivano al Risorgimento, per rintracciare le cause remote della mancanza
             di un civismo nazionale negli italiani. Il patriottismo risorgimentale, adottato
             come pedagogia nazionale dalla classe dirigente dello Stato unitario, era rimasto,
             come osservava lo storico triestino Fabio Cusin, un patriottismo spicciolo e d’oc-
             casione, come l’abito da festa che si indossa nei giorni stabiliti e nelle grandi occa-
             sioni, non una convivenza sociale in cui l’idea religiosa della patria faccia parte
             integrante dei costumi quotidiani .
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                  dall’anatomia moralistica del carattere degli italiani, il giudizio prevalente era
             molto negativo sulla possibilità di rigenerare il popolo italiano dalla corruzione
             fascista per condurlo a vivere come comunità di liberi cittadini di uno Stato nazio-
             nale democratico. Lo storico Giacomo Perticone arrivò persino a decretare la morte
             dell’Italia unita descrivendone il funerale: Il Paese è morto, un grande morto, su un
             grande carro. Si muove con uno stento che fa pensare alla pena e al dolore fisico,
             17 Diario 1945 di Nicolò Carandini, a cura di Gustino Filippone Taulero, in Nuova Antologia, genna-
               io-marzo 1983, pp. 217-218.
             18 Fabio Cusin, L’Italiano, Realtà e illusioni, Roma, Atlantica, 1945, p. 110

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