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STUDI MILITARI




             un profondo rispetto. In occasione di una cerimonia in suo onore presso la Legione
             dei Carabinieri reali di Palermo, il 16 maggio 1926, Mori scrisse di suo pugno una
             dedica che esprime con forza la comunanza d’intenti e di valori con l’Arma: “Ai
             signori Uf  ciali della Legione CC. rr. di Palermo che in nome del re, della Patria
             e del lavoro, nobilmente e f eramente tengono il posto di avanguardia sulla contesa
             via  della  redenzione  di  questa  terra  generosa  nell’alba  radiosa  della  Vittoria,  in
             comunione di ideale, in fraternità di animi. Sentitamente, Mori” , ed ancora, con
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             riferimento alle attività che misero f ne al clan Sacco nel territorio di Agrigento:
             “Nella generale debacle della latitanza e del banditismo isolano restava ultimo un
             solo elemento di resistenza: il gruppo Sacco, ora di tre ed ora di quattro latitanti, che
             operava nella zona orientale della provincia di Agrigento. Se ne occupò la beneme-
             rita Arma dei Carabinieri, la quale con valore pari alle sue eroiche tradizioni, dopo
             una caccia abile e tenace, condotta dal Capitano romeo, veterano della lotta con-
             tro la malvivenza, lo liquidò di sorpresa in un cruento conf itto” . Queste parole
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             esprimono non solo l’alleanza istituzionale tra il prefetto e i militari, ma una vera
             identif cazione spirituale e operativa nella lotta contro la sopraf azione criminale.
             Lo stesso spirito che avrebbe animato Carlo Alberto Dalla Chiesa decenni dopo,
             già f glio dell’Arma, nel concepire il Carabiniere non solo come un agente dell’or-
             dine, ma come un presidio morale della repubblica, f gura silenziosa ma eroica,
             incarnazione del dovere e del sacrif cio.
                  La Sicilia fu per entrambi il teatro privilegiato del loro impegno. Mori dispie-
             gò incarichi di polizia a Castelvetrano, Trapani, Agrigento e Caltanissetta , prima
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             di giungere a Palermo, come Prefetto. Celebre il telegramma del Duce del 20 otto-
             bre 1925: “Vostra Eccellenza ha carta bianca, l’autorità dello Stato deve essere asso-
             lutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigo-
             re la ostacoleranno, non costituirà problema: faremo nuove leggi” . La determina-
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             zione ad una risposta forte della nazione nei confronti della Maf a sarebbe nata
             anche a seguito dell’incontro, il 6 maggio 1924, tra Benito Mussolini, in visita isti-
             tuzionale  nella  provincia  di  Palermo,  e  Francesco  Cuccia,  Sindaco  di  Piana  dei
             Greci e capomaf a del mandamento del Belice. In quella occasione Cuccia avrebbe
             detto al Capo del Governo: “Che bisogno c’era di venire qui, al mio paese, con tutti
             questi sbirri! Vossia qui è con me, e nulla ha da temere, qui ci sono i miei uomini a
             proteggervi”. Mussolini dunque avrebbe fatto scendere “don Ciccio” dall’auto,


             25  Mori C., op. cit. p. 335.
             26  Mori C., op. cit. p. 222.
             27  Ivi, pp. 331-334.
             28  Buttafuoco P., in Mori C., op. cit., p. 280.

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