Page 225 - Rassegna 2025-3
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PreFeTTI A PAlerMo: CArlo AlBerTo DAllA ChIeSA e CeSAre MorI CoNTro lA MAFIA




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               del periodo . A leggerla oggi, conoscendo il tragico epilogo, quelle parole appaiono
               più che mai un grido d’allarme inascoltato. Il testo, nel suo tono controllato ma
               carico di amarezza, tradisce con chiarezza l’insof erenza di un uomo delle istituzioni
               che aveva accettato una missione impossibile: combattere la maf a con gli strumenti
               ordinari concessi a un qualsiasi prefetto. L’intervista si apre con un’af ermazione
               che suona come un atto d’accusa: “Sono di certo nella storia italiana il primo gene-
               rale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come pre-
               fettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la
               Maf a…”. Il fraintendimento originario è tutto qui. Dalla Chiesa non voleva un
               incarico di prestigio, ma un comando operativo. La risposta delle istituzioni, però,
               fu vaga, non codif cata, lasciata ad un “implicito” che il generale stesso rif utava:
               “Preferirei l’esplicito”, commenta con fermezza, rispondendo all’intervistatore che
               gli chiede se non fosse scontato il suo ruolo di coordinatore. Il prefetto, così, si ritro-
               vò con un’investitura simbolica ma senza poteri reali. Il Consiglio dei Ministri del
               2 aprile 1982 aveva deliberato sul suo incarico, ma nessun decreto formale lo dotava
               della necessaria autonomia operativa. La sua fu dunque una “autorità apparente”,
               utile forse a placare l’opinione pubblica dopo l’omicidio di Pio La Torre, ma priva
               di strumenti ef  caci per agire. Un altro elemento che traspare tra le righe dell’inter-
               vista è il rapporto ambiguo con la politica. Carlo Alberto Dalla Chiesa lascia inten-
               dere con precisione chirurgica i legami tra maf a, af ari e potere. Lo fa quando parla
               delle imprese edili catanesi “che lavorano a Palermo con il consenso della maf a
               palermitana”; quando accenna al paradosso dei piani regolatori bloccati da anni
               “nel cassetto dell’assessore al territorio”; o ancora quando allude al legame di paren-
               tela tra maf osi e amministratori locali. La sua risposta più amara arriva però a pro-
               posito dell’omicidio del presidente della regione Siciliana, Piersanti Mattarella: “Si
               uccide il potente quando è diventato troppo pericoloso, ma si può ucciderlo perché
               è isolato”. Con questa frase, Dalla Chiesa formula una regola crudele della maf a:
               non si colpisce chi ha potere, ma chi lo esercita senza coperture. La condizione del-
               l’isolamento, che fu fatale a Mattarella e a Costa, è la stessa che avvolgeva il prefetto
               stesso al momento dell’intervista. Se durante la lotta al terrorismo Dalla Chiesa
               aveva potuto contare su un consenso unanime e trasversale, la situazione a Palermo
               era completamente diversa: “Con il terrorismo avevo dietro di me l’opinione pub-
               blica, l’attenzione dell’Italia che conta. […] Con la Maf a è diverso. L’Italia per bene
               può disinteressarsene”. È qui che si rivela tutta la dimensione tragica del suo isola-
               mento: la maf a è un nemico meno visibile, meno ideologicamente identif cabile,

               13  Si tratta dell’intervista rea a Giorgio Bocca intitolata Come combatto contro la mafia, pubblicata su
                  la repubblica il 10 agosto 1982. Il contenuto di questo è più volte citato da Coco V., Il generale
                  dalla Chiesa, il terrorismo, la mafia, Bari-roma - Editori Laterza, 2022, pp. 353-358.

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