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I CARABINIERI DEL 1944 - IL REGNO D’ITALIA
Poi, col trascorrere dei giorni, il dolore divenne meno intenso e il passag-
gio del personale più lento e sicuro.
Ancora parzialmente tramortito continuava a pensare alla sua soccorritri-
ce. La ragazza era, a dir poco, un incanto. Carlo era dispiaciuto perché non la
vedeva mai passare, ma un giorno lei piombò nella camerata avvicinandosi al
suo letto e si sentì rinascere! “Muovi piano il braccio, fammi vedere”, chiese.
“Vedo che lo muovi bene, bravo continua così. I medici hanno fatto un ottimo
lavoro”. Lo carezzò e lo baciò con tenerezza sulla fronte, e fece il gesto d’uscire.
Il giovane carabiniere, invece, stringendole la mano, la trattenne. Poi impresse
un bacio sul dorso della mano di lei, e nella speranza che non se ne andasse le
chiese il nome. “Matilde”, rispose, e non aggiunse altro. Lo lasciò con un sorriso
e uscì. In quel preciso istante, lui si sentì risucchiare nel vuoto d’una vita appa-
rentemente ingovernabile, fatta di niente. Nonostante il disagio ne era rimasto
affascinato. Sentiva che il suo aspetto, le sue parole, le sue cure, l’avevano cattu-
rato interamente. La sognava spesso e questo la considerava una fortuna, poiché
era la prova che l’immagine di quella donna non si disperdeva e non l’abbando-
nava neppure durante il sonno. Tuttavia, nei giorni che seguirono, tra una medi-
cazione e l’altra, iniziarono a scambiarsi sguardi innocenti e parole dolci.
Quando guarì del tutto e fu dimesso dall’ospedale, prese l’abitudine di
attenderla alla fine della giornata lavorativa, per trascorrere un po’ di tempo
insieme. Il loro era l’unico modo possibile per esorcizzare il momento difficile
che tutti stavano vivendo. La loro complicità crebbe giorno dopo giorno, ali-
mentata dalla consapevolezza che ogni istante poteva essere l’ultimo.
L’entusiasmo del giovane carabiniere era incontenibile: mai avrebbe
immaginato che l’amore sarebbe riuscito a riempire del tutto i suoi sensi, il suo
cuore e la sua mente, tanto meno in quegli anni in cui la Patria correva i peggiori
rischi per la situazione che, a seguito della guerra, s’era venuta a creare, e per i
soprusi dei tedeschi che si comportavano a loro piacere come padroni.
Una sera, alla Piramide, s’accese un aspro diverbio tra il gestore del locale,
che imponeva il rispetto dei turni, e un gruppo di nazisti che pretendevano d’es-
sere serviti subito perché tedeschi. Ma il gestore fu irremovibile, nonostante le
minacce. Uno dei militari, prepotenti com’erano, senza altro aggiungere, all’im-
provviso con un’arma lo ferì a un braccio! Scoppiò un putiferio: la saracinesca
del locale venne immediatamente abbassata, i clienti più esasperati, come se
avessero ricevuto un comando, s’avventarono strappando le armi ai nazisti.
Gliele puntarono decisi sotto i battimani scroscianti dei presenti. Una donna
d’una certa età lanciò contro di loro le sue scarpe logore, altre tutto ciò che ave-
vano davanti agli occhi sul tavolo: i bicchieri, le posate, i piatti, le bottiglie.
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