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LE ARMI DELLA LIBERAZIONE
il caricamento del percussore e il cameramento della nuova cartuccia in quattro
azioni. gittata del colpo calibro 6.5 x 52 mm era di 3 chilometri ma l’alzo era tra
600 e 2000 metri con un tiro utile a un chilometro. La “palla”, grazie alla legge-
rezza dell’ogiva, all’uscita aveva una velocità di 700 m/s. L’affidabilità e la robu-
stezza di questo meccanismo rimase in servizio presso la polizia di stato fino al
1980. Quest’arma nella versione l’unga fu anche, nell’imaginario popolare, il
fucile del fante della grande guerra.
Pistola Beretta Mod. 34 del brigadiere MOVM Angelo Ioppi
(Fonte: Foto Autore)
3. Beretta Modello 34
L’arma individuale da fianco, di tutti i militari italiani durante il secondo
conflitto mondiale e la resistenza è l’altrettanto iconica Beretta mod. 34. Una
pistola semiautomatica ad azione singola a chiusura labile, corto rinculo, canna
fissa in calibro 9 corto. L’ingegnere Tullio Merengoni progettò quest’arma per
soddisfare le esigenze della polizia di stato e poi dei carabinieri reali di avere
un’arma compatta, con un alto potere d’arresto, e che non intralciasse con peso
e dimensione il servizio. Un’arma “rustica” e facile da costruire e talmente riu-
scita bene che anche i tedeschi l’a preferivano alla Luger 08 e Walter P38.
L’adozione da parte del Regio Esercito risale all’anno 1936, i carabinieri l’ab-
bandonarono in favore della Beretta mod. 92 nel 1981 mentre le altre forze
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