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I CARABINIERI DEL 1944 - LE RESISTENZE AL REGIME COLLABORAZIONISTA



                  Cominciammo di nuovo - racconta ancora Konforty - a cercare una soluzione,
             andammo di nuovo a San Marino e di nuovo promisero di aiutarci. Una sera si presentarono
             a cena due ufficiali: uno della marina, il secondo della fanteria, tutti e due M.P. Forse erano
             responsabili della sicurezza delle piccole unità marittime di cui avevamo sentito parlare. Se la
             cosa era vera, dovevamo al più presto cambiare alloggio. Come potevamo sapere la verità?
             Potevamo solo intuire, ma nessuno aveva il coraggio di chiedere. I due ufficiali erano seduti in
             sala, cenavano e chiacchieravano a bassa voce.
                  Le persone del gruppo mangiarono alla svelta e uscirono al più presto. Passando vicino
             a loro, io li salutai cortesemente, cenai e rimasi seduto al mio posto. Loro mi guardarono, mi
             sorrisero e mi invitarono a bere con loro un bicchiere di vino. Accolsi il loro invito. Mi pre-
             sentai e cominciammo a conversare. Io parlai della guerra, delle difficoltà e delle mie origini
             meridionali. Cercai di farmi dar coraggio da loro e che mi promettessero che gli Stati dell’Asse
             avrebbero vinto la guerra. E tutto ciò in italiano. Gli descrissi Milano, dove ero stato poco
             prima. Gli raccontai che avevo visto una lunga fila di case distrutte: la strada sembrava intat-
             ta ma, avvicinandomi, si vedevano le stanze con tutto il loro contenuto come scene di un teatro
             o case di bambole. Come erano crudeli le bombe! Solite lamentele degli innocenti.
                  Certamente i tedeschi non avrebbero mai fatto una cosa simile! Non sarebbe potuto
             accadere  in  Germania  perché  i  tedeschi  facevano  cadere  gli  aerei  del  nemico  come  fossero
             mosche: lo si capisce con chiarezza dai comunicati di guerra ufficiali, in cui io credo senza
             riserva. Si guardarono e in tedesco dissero: “Se questo stupido sapesse la verità!”.
                  Uno di loro era di Brema e il secondo di Amburgo, e cominciarono a parlare tra loro
             di queste città. Facevano a gara nel descrivere gli orrori. Il vino era salito alla testa, non si
             occupavano più di me, perché credevano che io non capissi il tedesco. Uno raccontò di case che
             si sollevavano in aria una dopo l’altra e l’altro parlava di rifugi immersi in un mare di fiam-
             me. La gente aveva paura di entrare nei rifugi perché potevano diventare delle trappole. Io
             bevevo il mio vino, mi guardavo attorno e tenevo le orecchie ben aperte per non perdere neanche
             una parola. Dopo aver finito la bottiglia ho capito dai loro discorsi che erano di passaggio e
             l’indomani proseguivano il viaggio. Ero soddisfatto dei miei “compagni” di tavolo. Quando
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             abbiamo saputo che erano partiti la mattina presto, tirammo un sospiro di sollievo .
                  Ormai sia Ezio che il maresciallo Carugno sono consapevoli che l’albergo
             Italia non è più sicuro. È necessario trovare un nuovo rifugio il più lontano pos-
             sibile da Bellaria e dalla costa completamente militarizzata. Uno zio di Libia,
             moglie di Ezio, che commercia bestiame, nel corso degli anni aveva intessuto
             una fitta rete di rapporti con i macellai del Montefeltro. Giannetto Filippini,
             questo  il  suo  nome,  propone  come  nuovo  nascondiglio  per  gli  ebrei  Villa
             Battelli, un albergo situato a Pugliano Nuovo. Ma prima di decidere Neumann
             e Konforty vanno a verificare di persona l’hotel.
             44   Dal Memoriale di Joseph Konforty, pp. 44-45.

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