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I CARABINIERI DEL 1944 - LE RESISTENZE AL REGIME COLLABORAZIONISTA
Il sottufficiale lo ascolta, il colloquio è breve ma quanto basta per rassicu-
rarlo che gli darà tutto l’aiuto possibile . Ezio si sente rincuorato. Il giorno
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dopo, è il 14 settembre, arriva al Savoia anche la famiglia Leherer Deutch, padre,
madre e due bambine giunta da Zagabria. Gli ospiti dell’hotel salgono a 34.
Alla nostra domanda come sapevano dove eravamo - scrive Konforty - risposero che
alla stazione li trovò un carabiniere, che li portò alla polizia, e il maresciallo li mandò da
noi. Insomma le autorità sanno che siamo tutti ebrei. Che posizione avrebbero preso nei nostri
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confronti ?
Carugno, dunque, conosce la verità per questo vuole parlare con qualcuno
di loro. In caserma il giorno dopo si reca Joseph Konforty. È preoccupatissimo,
inquieto. Chissà cosa vuole da noi? - si chiede. Questo il suo racconto.
Ezio ci incoraggia, ci dice che è solo una pratica formale. Noi non siamo sicuri di ciò.
Si decide così che dal maresciallo ci andrò io. Sarebbe stato stupido nascondere la nostra iden-
tità. Devo sentire dalla sua voce, o forse chiederglielo, che ci permetta di andarcene dalla zona
di sua competenza. Se ci riuscirò, possiamo ritenerci fortunati. Siamo tutti molto tesi.
Entrai nella caserma dei carabinieri, in una grande sala. Mi sembra che il maresciallo
abbia scelto un’ora in cui non c’erano carabinieri. Due carabinieri erano seduti, ognuno vicino
al proprio tavolo. Secondo me tutti e due dello stesso grado. Uno grande e grasso, l’altro più
giovane ed elegante. Non sapevo chi dei due era il comandante. Il giovane elegante mi offrì di
sedermi, mi guardò negli occhi e mi chiese: “Chi siete?”. Io lo guardo, volgo lo sguardo verso il
suo collega. Lui capì la ragione della mia esitazione. Mi spiegò che lui era il maresciallo, l’altro
il suo vice, e tutto quello che lui sa, è giusto che lo sappia anche il suo vice. Devo parlare libe-
ramente perché l’unico suo scopo è quello di aiutarci. Presi coraggio e gli raccontai la verità.
Siamo ebrei della Jugoslavia, eravamo prigionieri civili ad Asolo e ora stiamo scappando. La
nostra intenzione è di raggiungere le linee degli alleati, la libertà, e se lui crede che noi siamo
un pericolo per lui, siamo disposti ad abbandonare il luogo. Cominciò a spiegarmi che lui è un
Regio Carabiniere e che lui come tutti i carabinieri riceve ordini solo dal Re. I carabinieri
appartengono al Re. Il Re diede ordine di aiutare i prigionieri e spiegò ai carabinieri cosa fare
esattamente e come comportarsi. Lui sarebbe rimasto fedele al proprio giuramento. Sì, lui sa
che siamo 34 ebrei che abitiamo da Giorgetti, anzi lui stesso ha mandato un gruppo di noi.
26 Anche mia madre - racconta la figlia Maria Diomira - ha saputo sicuramente fin dall’inizio della pre-
senza degli sfollati “ad alto rischio” a Bellaria e anche lei non ha esitato a fare il possibile. Anzi, di alcuni
di loro, mio padre e mia madre, sono diventati anche amici, tanto che frequentavano spesso la nostra casa.
In particolare ne ricordo uno, doveva essere Neumann, appassionato di letteratura come mia madre: quando
veniva a casa, spesso le proponeva o addirittura le leggeva delle poesie o brani di libri. Io e mio fratello era-
vamo troppo piccoli per sapere che erano ebrei e per capire. Per noi erano soltanto amici, un po’ particolari
dei nostri genitori. Mi ricordo bene, anche se avevo solo 5 anni, che attorno a loro c’era una certa atmosfera
di mistero in famiglia: notavo, sul loro conto, una forma di riservatezza ancora più marcata di quella usuale
di mio padre.
27 Dal Memoriale di Joseph Konforty, p.10.
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