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IL BULLISMO. DA UNA FORMA DI DISAGIO A UNA FORMA DI VIOLENZA




                    Sostanzialmente, il punto di partenza della riflessione su questa particolare
               tipologia di devianza sarebbe da individuarsi nella distinzione tra struttura cul-
               turale e struttura sociale. Nello specifico, secondo Merton  la struttura cultu-
                                                                        (30)
               rale definirebbe le mete, le intenzioni e gli interessi sociali, regolando le norme
               a cui tutti devono conformarsi; la struttura sociale, invece, definirebbe gli status
               e il ruolo dei soggetti agenti identificando i mezzi che ciascuno possiede per
               raggiungere le mete. Quindi, secondo l’autore del funzionalismo sociologico, la
               devianza sarebbe sintomo della “dissociazione fra le aspirazioni culturalmente
               prescritte e i mezzi socialmente strutturati per realizzare queste aspirazioni”:
               man mano che l’allontanamento e la discrepanza tra mete e mezzi si accentua-
               no, la società diventa sempre più instabile sviluppando l’anomia, quest’ultima
               caratterizzata da una grande spinta socioculturale volta a raggiungere il successo
               ad ogni costo.
                    La teoria delle associazioni differenziali di Sutherland sostiene, invece, che
               il comportamento del delinquente viene appreso per il collegamento del sog-
               getto con gli individui con cui interagisce: il soggetto partecipa, si introduce - o
               viene introdotto - in certi gruppi sociali e così apprende.
                    Ancora, A.K. Cohen ritiene la banda dei bulli una sottocultura, cioè uno
               strumento alternativo attraverso il quale un ragazzo delle classi povere può rag-
               giungere mete sociali altrimenti inaccessibili. Negli adolescenti meno abbienti le
               frustrazioni sarebbero dovute, quindi, alla consapevolezza di non poter conse-
               guire gli obiettivi della classe media, questo status porterebbe addirittura alla for-
               mazione delle baby gangs, basate su regole e valori in contrasto con quelli domi-
               nanti. Nientedimeno, sarebbe la stessa scuola ad inculcare nei giovani le mete
               della società ricca, senza considerare che gli strumenti legittimi per raggiungerli
               non sono distribuiti equamente. In realtà, il primo vero tentativo per definire e
               quantificare il comportamento del bullo si deve a Dan Olweus .
                                                                            (31)
                    Proprio dai suoi studi hanno preso avvio ricerche volte ad esaminare la
               dimensione e l’origine del problema per poter giungere all’individuazione di
               strategie dirette al suo contenimento .
                                                   (32)

               (30)  MERTON R.K., Teoria e struttura sociale, op. cit.
               (31)  OLWEUS D., Bullying at School, Oxford, Blackwell, 1993, trad. it. Il bullismo a scuola, Firenze, 2001.
                    Uno dei più autorevoli studiosi del fenomeno bullismo in Europa; SHARP S., SMITH P.K.,
                    Tackling bullying in your school: A practical handbook for teachers, London, 1994, trad. it. Bulli e vit-
                    time nella scuola, Trento, 1995.
               (32)  Vedi FONZI A., Il bullismo in Italia, Firenze, 1998; BALDRY A.C., Bullismo a scuola e comportamenti
                    devianti negli adolescenti: possibili fattori di rischio, in Rassegna italiana di criminologia, 2001, fasc. 3-4,
                    pag. 375; BONINO S., CATTELINO E., CAIRANO S., Adolescenti a rischio, Firenze, 2003, pag. 293;
                    BELACCHI C., BIAGETTI G., I ruoli dei partecipanti nel bullismo: oltre lo stereotipo bullo-vittima, in
                    Minoriegiustizia, 2007, fasc. 4, pag. 163.

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