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IL COINVOLGIMENTO DEI MINORI NELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA
disegnare delle linee strategiche di una politica sociale e giudiziaria attenta alle
condizioni dell’infanzia e della gioventù. Pilastro importante di questa strategia
è la prevenzione. “La prevenzione è la risposta sociale generalizzata al disagio e
alla devianza giovanile e finalizzata alla loro riduzione; essa si concretizza nel
predisporre sul territorio tutte le strutture ed i servizi idonei a sostenere ed aiu-
tare il processo di crescita del bambino e dell’adolescente sotto il profilo del-
l’educazione, dell’istruzione, della salute psico-fisica, e parallelamente nel favo-
rire lo sviluppo del controllo sociale spontaneo, inteso come la rete di relazioni
interpersonali dalle quali il giovane nel contesto di appartenenza è aiutato a
costruire la propria identità individuale e il proprio ruolo sociale ”.
(26)
Livelli di prevenzione
Il più conosciuto tipo di classificazione della prevenzione della devianza è
stato realizzato da Caplan (1964) che “ha proposto una suddivisione della pre-
venzione a seconda della fase di sviluppo del comportamento criminale entro
cui collocare l’attività preventiva” .
(27)
Egli distingue tre tipi di prevenzione:
la prevenzione primaria è volta a rimuovere o diminuire i fattori crimino-
geni presenti nell’ambiente fisico e sociale e ciò attraverso interventi di politica
sociale, educativa e urbanistica finalizzati a promuovere benessere migliorando
il livello sociale e culturale cioè la qualità di vita. Questo tipo di prevenzione è
rivolta a tutti i territori, delle aree urbane a quelle periferiche, dai piccoli centri
alle grandi metropoli;
la prevenzione secondaria è diretta all’identificazione precoce di potenziali
delinquenti, per i quali vengono promosse azioni in grado di ridurre il rischio
di possibili coinvolgimenti in comportamenti antisociali. Inoltre l’azione di pre-
venzione è rivolta anche al corrispondente contesto formativo: famiglia, scuola
e quartiere. Per poter attuare correttamente tale strategia di prevenzione è
necessario prendere in considerazione:
1. il momento in cui il ragazzo va ad inserirsi nel meccanismo di rischio
(età del ragazzo);
2. le caratteristiche dei soggetti adulti che interagiscono col ragazzo (geni-
tori disturbanti, detenuti);
3. l’agenzia che deve attuare l’intervento (scuola, gruppo associativo);
4. gli obiettivi preposti;
5. sistemi di verifica;
(26) M. CAVALLO, op. cit., pag. 86.
(27) G. DE LEO, op. cit., pag. 249.
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