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DALLA DEVIANZA ALLA DELINQUENZA
La devianza non è un’azione qualificata intrinsecamente come tale, ma
piuttosto diventa l’effetto dell’applicazione di certe regole e delle sanzioni corre-
late da parte di alcuni (gli etichettatori) a danno di altri (trasgressori). L’ottica è
innovativa perché si sostiene che non è la devianza che genera il controllo sociale,
ma all’opposto è il controllo sociale che porta alla devianza .
(48)
La distinzione che Edwin M. Lemert fa tra devianza primaria e devianza
secondaria rappresenta uno dei concetti fondanti della teoria dell’etichettamento .
(49)
Si parla di devianza primaria avendo riguardo ad un comportamento che, pur
essendo obiettivamente deviante, non viene censurato. Quando, invece, il com-
portamento deviante è ripetuto frequentemente, acquista visibilità scatenando
una reazione sociale: a questo punto si ha il passaggio alla devianza secondaria.
Il passaggio dalla devianza primaria alla devianza secondaria vede l’attore muta-
re l’autovalutazione del proprio comportamento, accettare il suo status di
deviante ed operare gli adattamenti di ruolo corrispondenti. La persona etichet-
tata, se non ha un’immagine di sé ben definita, può arrivare ad accettare -come
nel caso della teoria della trasmissione culturale - quella offertagli dagli altri,
modificando così la propria identità. La devianza, dunque, viene “acquisita”
attraverso un processo che ha termine quando la persona etichettata accetta
l’etichetta come un’identità reale . Ne consegue che il deviante spesso entra a
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far parte di una “subcultura” che produce ulteriore devianza. Il processo di eti-
chettamento porta, dunque, alla devianza secondaria .
(51)
A questo proposito il primo studioso che si servì del concetto di subcul-
tura per interpretare il fenomeno della delinquenza giovanile nelle grandi città
è stato A. K. Cohen che, individuando nelle disuguaglianze sociali il principale
motivo delle bande criminali giovanili, sottolineava come fosse difficile per i
ragazzi appartenenti ai ceti inferiori adattarsi a modelli di socializzazione elabo-
rati e messi alla portata esclusiva dei coetanei di estrazione sociale più elevata.
(48) H.S. BECKER, Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Ega, Torino, 1987. La definizione di
Howard S. Becker esprime bene il significato di questo nuovo orientamento teorico: “I grup-
pi sociali creano la devianza stabilendo delle regole la cui violazione costituisce un atto
deviante, e applicandole a persone particolari etichettate come outsiders. Da questo punto di
vista, la devianza non consiste nella qualità dell’atto che una persona commette, ma è una
conseguenza dell’applicazione delle regole e sanzioni su di un reo”.
(49) E.M. LEMERT (1967), Human Deviance, Social Problems and Social Control, Prentice-Hall,
Englewood Cliffs, New Jersey, trad. it.: Devianza, problemi sociali e forme di controllo, Giuffré,
Milano, 1981.
(50) E. GOFFMAN (1956), The Presentation of Self in Everyday Life, Anchor Books, Doubleday (trad.
it.: La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna, 1969, Stigma, Prentice-Hall,
Englewood Cliffs, New Jersey (trad. it.: Stigma: l’identità negata, Laterza, Bari, 1970.
(51) H.S. BECKER, Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Torino, Ega, 1987, ed. or. 1963, pag.
119.
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