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TRIBUNA DI STORIA MILITARE



                  Chi erano i carabinieri che operarono dopo il 7 ottobre 1943 nella lotta di
             liberazione?
                  “Essi sapevano soltanto che i capi nulla avevano potuto fare per il precipitare degli
             avvenimenti; che i superiori erano stati inconsapevolmente traditi dai tedeschi nel disarmo, che
             dagli sgherri nazifascisti non potevano attendere pietà e covavano, nella tormentosa e passiva
             attesa, un sordo e inestinguibile rancore verso tutti. Occorreva perciò vincere i loro sospetti e
             le loro diffidenze, sopire i loro rancori, restituir loro la fede e la speranza.
                  E tutto ciò non era facile in un ambiente come quello di Roma, dove la delazione era
             elevata a sistema; dove anche le mura avevano occhi e orecchie, dove infine l’influenza delle
             diverse propagande politiche aveva già provocato i suoi effetti anche su elementi che sempre si
             erano attenuti alla più scrupolosa linea di apoliticità, creando pericolose scissure.
                  E soprattutto [sic] nel livellamento determinato dallo sbandamento che aveva cancellato
             logicamente gradi e cariche, era ben difficile ricostruire, sia pure semplificandole, delle gerarchie
             e imporre nuovamente il rispetto e l’obbedienza ai capi ”.
                                                          (19)
                  L’«Italia libera», giornale clandestino del Partito d’Azione, nel numero 11,
             del 17 ottobre 1943, diceva che i carabinieri, sono «Fuggiaschi come tanti altri
             giovani sono degli «italiani perseguitati dal tedesco e bisognosi di rifugio e di
             aiuto […] e dovunque il popolo li assiste con fraterna generosità»; e proseguiva
             proclamandosi fiducioso di vedere i carabinieri fuggiaschi unirsi al popolo «in
             una sola volontà di combattere il tedesco» per liberare la patria, per collaborare
             alla edificazione di «una nuova patria dove l’ordine non sopprima la libertà e la
             giustizia sia veramente uguale per tutti». Il compito fu assolto con pieno merito,
             anche grazie all’aiuto della popolazione di Roma che li sottrasse ai tedeschi e
             diede rifugio a rischio della vita. Questo atteggiamento costituì una delle prime
             e più valide smentite contro ogni pretesa di rappresentanza della volontà nazio-
             nale da parte del fascismo .
                                      (20)
                  Intorno ai primi di novembre del 1943 i nuclei preesistenti formatisi attor-
             no ai capitani Aversa e Blundo furono inquadrati in un’unica organizzazione
             suddivisa in due raggruppamenti: un raggruppamento territoriale che faceva
             capo al tenente colonnello Frignani, costituito per lo più da carabinieri sbandati
             appartenenti alle stazioni della capitale e un raggruppamento mobile agli ordini
             del tenente colonnello Bersanetti .
                                            (21)
             (18)  Cfr. R. PERRONE CAPANO, op. cit., pag. 298.
             (19)  Cfr. F. CARUSO, ibidem, pagg. 41-42.
             (20)  Nel processo per reato di tradimento militare in danno dell’ex-generale Rodolfo Graziani, il
                  Procuratore  Generale  Nicola  Galasso  dichiarava  nell’udienza  del  18  aprile  1950:  «Fu
                  Graziani a ideare il disarmo dei Carabinieri perché temeva i Carabinieri, che sapeva legati
                  fedelmente al giuramento al re, i Carabinieri che si erano battuti eroicamente nelle Quattro
                  Giornate di Napoli, che avevano il 25 luglio 1943 arrestato Mussolini, deportandolo a Ponza,
                  alla Maddalena, a Campo Imperatore». Vedi Corriere della Sera, 20 aprile 1950, pag. 4.
             (21)  Cfr. F. CARUSO, Ibidem, pag. 16.

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