Page 121 - Rassegna 2019-4
P. 121

IL FILO DELLA LUBJANKA. SPIONAGGIO ESTERO E LOTTA
                  ALLA DISSIDENZA INTERNA NEGLI ANNI DI JURIJ VLADIMIROVIC ANDROPOV



                     - individuazione di azioni di diversione ideologica da parte di centri sio-
               nisti ;
                    (30)
                     - sorveglianza speciale di soggetti sospettati di attività antisovietica, fra
               cui preparazione e diffusione di materiali antisovietici e attività di spionaggio in
               favore di centri revisionisti esteri;
                     - una specificamente finalizzata a prevenire atti ostili in occasione delle
               Olimpiadi estive di Mosca del 1980. Fra le altre cose, attività di controspionag-
               gio fra organizzazioni scientifiche, sindacali, mediche e sportive;
                     - oordinamento dell’attività del direttorato con i servizi di sicurezza dei
               paesi socialisti;
                     - sorveglianza di quelle manifestazioni potenzialmente volubili in gruppi
               autori di diversione ideologica contro l’URSS (fra gli altri, pseudo religiosi, tifo-
               serie, neofascisti, punk, rock);

               (30)  Il tema del rapporto fra potere sovietico e sionismo si inserisce nel più ampio contesto della
                     questione ebraica in Russia. Nel 1897 il censimento dell’Impero russo indicò la presenza di
                     oltre cinque milioni e mezzo di ebrei, concentrati nelle venticinque province della zona di
                     residenza  stabilita  da  Caterina  II  nel  1791  (per  lo  più  in  Lituania,  Bielorussia,  Polonia,
                     Bessarabia, Ucraina e parti della Russia occidentale), ossia circa la metà degli ebrei di tutto
                     il mondo. Quello stesso anno in Lituania era stato fondato il Bund (in yiddish Allgemeiner
                     Jiddischer Arbeitbund in Lite, Polen und Russland, ossia Confederazione generale degli operai
                     ebrei in Lituania, Polonia e Russia), che si rivelò il più importante movimento operaio della
                     nascente socialdemocrazia russa. Si trattava di reagire a quella che era vissuta come una
                     duplice oppressione, quella contro gli ebrei e quella contro i lavoratori. Il contributo ebraico
                     all’Ottobre non rappresentò, dunque, una sorpresa (sebbene per le grandi figure rivoluzio-
                     narie ebraiche l’elemento nazionale fosse del tutto secondario rispetto all’identità politica).
                     La prospettiva di un’entità indipendente per gli ebrei russi fu però contestata da Stalin nel
                     1913,  prospettando  piuttosto  l’inevitabilità  dell’assimilazione.  Ma  nel  1934  fu  lo  stesso
                     Stalin a promuovere l’istituzione della Regione automa ebraica nell’Estremo Oriente sovie-
                     tico, con capitale Birobidžan, sul confine mancese dove, invero, l’emigrazione ebraica fu
                     assai limitata. Dopo la guerra Mosca appoggiò la nascita dello Stato d’Israele, confidando
                     nel retaggio socialista di molti ebrei giunti in Palestina dall’Europa orientale e aderenti al
                     partito operaio MAPAI (confluito nel Partito laburista nel 1965), che espresse tutti i primi
                     ministri israeliani fino al 1977. Quando però divenne chiaro che Israele non sarebbe dive-
                     nuto un alleato dell’URSS, l’approccio del Cremlino verso gli ebrei si fece molto più duro e
                     ai limiti di un aperto antisemitismo. Furono accusati di voler sminuire, attraverso la memo-
                     ria dell’Olocausto, il sacrificio sofferto dagli altri popoli sovietici e fu loro rifiutata l’auto-
                     rizzazione ad emigrare verso la Palestina. Tra alterne vicende e con una chiara scelta di
                     campo a favore dei nemici arabi di Israele, tale atteggiamento critico proseguì anche nei
                     decenni successivi, finché alla fine degli anni Sessanta, alla luce anche delle crescenti pres-
                     sioni occidentali e da parte dell’influente diaspora ebraica americana, Gromyko e Andropov
                     espressero al CC il parere del ministero degli Esteri e del KGB che fosse opportuno auto-
                     rizzare gli ebrei che lo volessero ad emigrare. Questo non determinò, però, un mutamento
                     nella considerazione di quanti, rimasti in URSS, si mostravano troppo propensi a conserva-
                     re un’identità ebraica. Sul tema si vedano R. FINZI, Una anomalia nazionale: la «questione ebrai-
                     ca», in Aa.vv. Storia del marxismo, vol. III, Einaudi, Torino, 1981, pagg. 897-928, B. PINKUS,
                     The Jews of  the Soviet Union, Cambridge University Press, Cambridge, 1988, in part. pagg. 210
                     ss., Y. RO’I (a cura di), Jews and Jewish Life in Russia and the Soviet Union, Routledge, Oxon, 1995
                     e  il  più  recente  D.  SHNEER,  Yiddish  and  the  Creation  of   Soviet  Jewish  Culture:  1918-1930,
                     Cambridge University Press, Cambridge, 2004, pagg. 14-30.

                                                                                        119
   116   117   118   119   120   121   122   123   124   125   126