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CONSIDERAZIONI SULL’ETICA DEL COMANDO
pensa a quella di Napoleone Bonaparte, nei confronti del capo militare qualifi-
cato come funzionario si instaura anche da parte dei subordinati un rapporto di
condotta altrettanto legale-razionale, ragion per cui l’obbedienza di costoro,
lontana dal motto gesuitico del per inde ac cadaver, rientra nell’alveo della profes-
sionalizzazione dell’obbedienza di massa tanto bene eticamente riassunta dalla
formula dell’usi obbedir tacendo di cui si fregia un’Arma fedelissima.
L’etica del comando militare nei termini della razionalità professionale è sì
un’etica funzionale, ma si qualifica anche come l’etica della facoltà morale del
dovere che obbliga , del dovere che kantianamente è indicato quale meta morale
(9)
da realizzare attraverso gli imperativi di una Legge morale che sta dentro di noi .
(10)
In questo senso, per un verso facciamo quel che sappiamo di dover fare e,
per altro verso, facciamo con spirito libero ciò che è un dovere di fare.
Giunti a questo punto, si può a ragion veduta dire che l’etica professionale
del comando militare, lontano dall’essere l’etica della irresponsabilità personale,
insegna che nella doverosità del servizio e nel meccanismo disciplinare ognuno
guadagna e gestisce spazi di responsabile autodeterminazione, in una conver-
sione simultanea della motivata imposizione nella cosciente determinazione di
sé e del proprio agire. Infatti ciascuno, per la propria parte, sottostà al comando
del dovere, ubbidisce tacendo perché non mette in questione il dovere e, per
converso, ogni capo comanda altrettanto tacendo perché quello è il proprio ser-
vizio che non necessita di nessuna giustificazione, neppure della giustificazione
del consenso che è stato suscitato ed espresso dalla parola.
Quantunque nell’etica professionale del comando militare possa sembrare
inconciliabile il momento squisitamente personale che è espresso dall’etica della
decisione con il momento impersonale inerente alla professionalità razionale della
catena di comando, la metafora del comando militare simboleggiata dalla pirami-
de e quella simboleggiata dal cerchio può illuminare il fatto essenziale che il ver-
tice della decisione dell’agire militare è sempre inscritto nel cerchio di coloro che
la devono professionalmente eseguire. Non si tratta, in verità, di leggere questa
metafora nel senso per il quale la figura del cerchio sta ad indicare la pariteticità
della base con la posizione apicale della decisione raffigurata nell’immagine meta-
forica della piramide, ma si tratta piuttosto di intendere la decisione e la compar-
tecipazione della base quale condivisione di un medesimo dovere di servizio .
(11)
(9) Kant afferma che “dovere e obbligo sono le denominazioni che dobbiamo dare soltanto alla
nostra relazione con la legge morale”, (KANT, cit., pag. 104).
(10) Il filosofo di Königsberg sostiene, nella stessa Critica della Ragion pratica, che “soddisfare al
comando categorico della moralità è sempre in potere di ognuno” e poco oltre aggiunge che
“comandare la moralità, con il nome di dovere, è affatto ragionevole”, ivi, pag. 47 passim.
(11) Il concetto di compartecipazione non è nuovo ma è stato enunciato fin dall’antichità, anche nell’estre-
mo oriente, da Sun Tzu: “il generale che condivide i suoi obiettivi con i suoi soldati e i suoi ufficiali
sarà vittorioso”, (SUN TZU, Arte della guerra, in SUN TZU-SUN PIN, L’Arte della guerra, cit., pag. 117).
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