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CONSIDERAZIONI SULL’ETICA DEL COMANDO
Chi vi è inserito, come ha sottolineato un tardo ottocentesco scrittore di
etica militare cioè il francese capitano Gavet, non compie la sua funzione pedis-
sequamente, simile ad una specie di cinghia di trasmissione di un apparato mec-
canico, come se fosse espressione della ripetibilità di un mestiere, ma la compie
come l’espressione professionale di un’arte di cui possiede i principi ragionati.
Con bella frase, Gavet dice che “l’ufficiale è il maestro di comando” .
(6)
Per comandare militarmente, in verità, ci vuole infatti un valore aggiunto
che il nostro capitano riassume sia facendo riferimento all’educazione a trarre
la razionalità dell’ordine da impartire dalle vesti formali delle prescrizioni rego-
lamentari, sia appellandosi alla forza della duttilità intellettuale che consente di
passare agilmente dal pensiero all’azione.
Ma, per dirla anche con il linguaggio di Carl Schmitt, ci piace affermare che
il detentore del comando militare è pure l’uomo dello stato d’eccezione. Nelle
circostanze eccezionali, ove il disorientamento, lo smarrimento e lo scoramento
attanaglia le menti e i cuori, ove le schiere corrono il rischio di sfaldarsi dramma-
ticamente, non resta che l’autorità del comandante, la fiduciosa convinzione che
egli non ignora cosa si deve fare quando crollano i capisaldi di riferimento. In
queste circostanze gli si riconosce, quasi per fede, una dote superiore di indirizzo
di azione e una altrettanto superiore energia di risoluzione delle difficoltà. Ed
allora, ritornando a Carl Schmitt, il comandante incarna l’uomo della decisione.
Ne consegue, pertanto, che l’azione di comando militare è, sulle orme
dell’opinione del grande giurista tedesco, in un certo modo sovrana per via del
fatto che non vi è nulla al di sopra della responsabilità personale decisionale di
colui che impartisce gli ordini nello stato d’eccezione. Tale carattere sovrano,
altro non è se non il fondamento di autorità che il comandante deve esprimere
per suscitare la fiduciosa e remissiva obbedienza dei propri dipendenti secondo
la formula del loro se dedere in fidem. È pur vero che le insegne di comando non
devono costituire vuoti ed inutili orpelli decorativi. Esse non possono far da
paravento ad un’azione di comando giustificata dall’esercizio della pura vanità,
della ancor più deprecabile ricerca della vanagloria o dalla presunzione personale
di colui che ne è il detentore, ma sono, invece, segni di distinzione che rendono
visibile un compito di responsabilità. L’azione di comando militare, pertanto,
deve fare astrazione da tutti quegli elementi di utilità personale o di passioni sog-
gettive che intralciano la fredda valutazione delle cose. Essa, perciò, è frutto, per
cosi dire, di un’ascesi intramondana che fortifica il comandante dalle influenze
esterne, legandola alla pura doverosità impersonale dell’ufficio assunto.
Gavet ci ricorda che la funzione di comando militare è una funzione sovra-
ordinata che trova il suo compimento nella funzione sotto ordinata dell’esecuzione
(6) ANDRÉ GAVET, L’arte del comando, s.d., pag. 4.
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