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ATTUALITÀ E INFORMAZIONI
L’Apologia di Socrate si trasmuta, quindi, nell’apologetica dell’obbedien-
za, di quella obbedienza che non è meramente silenziosa ma è ragionata, la
quale si prospetta a sua volta come apologetica del sacrificio per un ordine
superiore e per i comandi che lo fanno rispettare. Accogliendo su di sé il
comando delle Leggi, Socrate non solo lo legittima interiormente ma lo eticizza
oggettivamente come comportamento rispettosamente disciplinato nei con-
fronti dell’ordinamento della salvezza civile.
2. Il comando d’amore e la comunità di salvezza
Se è pur vero che il nostro filosofo ateniese attraversava le vie e le piazze
della Città senza per altro esercitare alcun comando sui compagni che liberamente
lo seguivano e lo interrogavano in quanto viandanti sulla strada della verità, in un
altro tempo e luogo un Maestro con suoi discepoli percorreva le polverose strade
della Galilea annunciando una Nuova Alleanza, facendosi Verbo di un perentorio
Comandamento sconvolgente per la radicale novità dell’annuncio dell’amore del
prossimo. Come unto di Dio, cioè come Gesù il Cristo, Messia profetico e davi-
dico, egli è davvero un Capo, ha veramente la potestà regale del comando, può
effettivamente istituire una struttura ordinamentale. Cristo comanda, e prescrive
comandamenti di carità, cioè invera in uno schema di giustizia la sua Chiesa e
l’azione dei discepoli della sua Comunità di salvezza. Da un punto squisitamente
giuridico i suoi comandi rientrano nella categoria delle fonti-fatto, perciò non
necessitano di norme fondamentali anteriori e sono immediatamente produttivi
di precetti assimilabili alle norme di competenza e a quelle di condotta.
I comandi di Cristo, pertanto, sono proprio quelli di un Fondatore che
non dovrebbe esibire nessuna giustificazione se non quella di un mandato sal-
vifico assegnatogli dal Padre suo che è il Creatore e l’Architetto del cielo e della
terra. Questi comandi sono impartiti come comandi d’amore, comandi che
spiegano, piegano e trasfigurano gli scolpiti comandamenti della Legge del
Decalogo in quelli della carità evangelica: che flettono l’amore dovuto al
Signore Dio nostro in quello che dobbiamo rivolgere al Prossimo che è, iden-
ticamente, come se fosse noi stessi .
(1)
(1) A proposito dell’etica del comando d’amore è interessante conoscere la posizione assunta da
Immanuel Kant, che così si esprime: “amar Dio, in questo senso, vuol dire eseguire volentieri
i suoi comandamenti; amare il prossimo vuol dire mettere in pratica volentieri tutti i doveri
verso di esso. Ma il comandamento che fa di ciò una regola non può comandare di avere que-
sta intenzione nelle azioni conformi al dovere, ma soltanto di aspirarvi. Un comandamento
infatti che imponga di fare qualcosa volentieri è in sé contraddittorio (…). Quella legge di
tutte le leggi presenta dunque, come tutti i precetti morali del Vangelo, l’intenzione morale
nella sua intera perfezione come un ideale di santità non raggiungibile da nessuna creatura,
e che tuttavia è l’esemplare a cui dobbiamo procurare di avvicinarci”, (IMMANUEL KANT,
Critica della ragion pratica, Laterza, Bari 1966, pag. 105, passim).
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