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CONSIDERAZIONI SULL’ETICA DEL COMANDO



                     I comandi della Legge sono perciò sommamente giusti sia perché sono
               conformi all’ordine della Città sia in quanto fanno stare in ordine la Città. Il ‘ben
               vivere’ della Città cioè sta tutto quanto nella intangibilità della forma pubblica
               della Giustizia, nella stabilità di un ordine che la Giustizia preserva da possibili
               corruzioni. Platone sostiene infatti, nel Politico, che la salvezza della Città sta
               nella Signoria delle Leggi, nei cui confronti tutti, Governanti e governati, devo-
               no  essere  sudditi  obbedienti.  Questa  universale  ossequiosa  sudditanza  alle
               Leggi della Città sarà ricompensata dalla benevolenza delle divinità, le quali la
               manifesteranno  in  grande  misura  ricolmando  la polis  di  ogni  prosperità.  Ciò
               significa che tutta la Comunità dei cittadini è tenuta insieme come un sol corpo
               (sociale e politico) dal comando supremo delle Leggi.
                     Nel drammatico epilogo della vita terrena di Socrate, le Leggi della Città
               fanno sentire chiara e forte la propria voce in una ultima e finale esortazione di
               obbedienza. Le Leggi di Atene parlano e si fanno sentire rivolgendosi non ad
               un uomo qualunque ma a quell’uomo che è amante della sapienza, la cui esi-
               stenza sta in bilico, in quel momento, fra la morte sentenziata e l’invito di sal-
               vezza che proviene dall’affetto dei discepoli: e al filosofo esse ricordano l’obbe-
               dienza che ogni uomo libero deve alla Giustizia del ‘ben vivere’.
                     Vivere sotto i comandi delle Leggi, poiché siamo nati, allevati e accompa-
               gnati permanentemente da esse nella durata della nostra esistenza temporale,
               non equivale ad altro se non a regolare liberamente gli atti e i comportamenti
               dell’essere cittadini. E Socrate pur essendo un prigioniero, è un cittadino, cioè
               è un uomo libero, ragiona da uomo libero, decide di morire come uomo libero
               sicché, obbedendo alla sentenza di morte, egli intende riconfermare, da quel cit-
               tadino esemplare che è, la propria fiducia nel valore di giustizia del comando
               delle Leggi. Pertanto, nel Critone, egli può proclamare che non si deve opporre
               ingiustizia all’ingiustizia. Non è la disobbedienza civile, allora, la migliore rispo-
               sta da dare all’ingiustizia subita. Questa risposta sta, invece, nell’offrire una sin-
               cera obbedienza civile, poiché è assai difficile combattere l’ingiustizia quando si
               deroga dal giusto ordine morale.
                     In verità, la socratica professione di fede nella giustizia apre alla possibilità
               di eticizzare il comando. Nelle vicende degli ultimi giorni della sua vita, l’atenie-
               se Socrate ci insegna molte cose: che la Giustizia informa di sé i comandi; che
               il comando delle Leggi è preferibile al comando personale per via del carattere
               impersonale della prescrizione; che il comando personale produce spesso degli
               arbitri che possono produrre effetti iniqui; che il comando di interesse pubblico
               è da preferire al comando che promana dall’interesse dei privati; che il comando
               di salvare la vita personale deve cedere il passo al comando di salvare la vita
               dell’intera Città regolata dal ‘ben vivere’ ordinato.


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