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ATTUALITÀ E INFORMAZIONI



                  Il mito di Antigone ci insegna, sia pure sotto forma poetica, che non solo
             è legittimo porsi il problema del comando del potere politico sotto la specifica
             angolazione dell’etica ma, contemporaneamente, ci dice che non ci si può sot-
             trarre ad un paziente e tenace lavorio finalizzato alla sua eticizzazione.
                  È doveroso, appunto, tentare di eticizzare il comando del potere, sia esso
             politico sia di altra natura, per scongiurare che la sua imposizione induca i desti-
             natari, su cui si esercita, a compiere atti illeciti. Se così non fosse ci troveremmo,
             da un lato, in una grave condizione simile a quella contemplata nella sfera dei
             peccati di omissione e, dall’altro lato, saremmo risucchiati in una corresponsa-
             bilità altrettanto grave. Appare perciò alquanto evidente che la storia della cul-
             tura politica occidentale ha potuto sperimentare, fin dai suoi albori, l’inettitudi-
             ne del potere politico a formulare comandi che non tengano conto delle ragioni
             morali  e  della  incompatibilità  ad  obbedire  alla  loro  eventuale  iniquità.  Non
             deve, quindi, stupire che fin dal principio della storia del potere l’iniquità appaia
             come una delle possibilità della realtà effettiva del comando.
                  Se nell’appena ricordata tragedia sofoclea un corto circuito paralizza la
             relazione tra il comando e l’obbedienza, nella tragedia dell’esistenza umana di
             Socrate l’obbedienza salva, invece, i comandi della Città. Come si sa, Socrate
             rinunzia deliberatamente a salvarsi attraverso la fuga proprio perché non vuole
             ignorare il comando delle Leggi che governano la sua Città.
                  Nell’ottica socratica, ciò vuol dire che la polis e le cose della polis, cioè la
             Città e la Politica, sono entrambe messe a repentaglio se la disobbedienza civile
             - che per i Moderni è giustificata non solo per l’essenziale diritto umano di sal-
             vare il bene della incolumità della propria innocente vita individuale ma anche
             nei confronti di comandi ripugnanti - prevale sulle prescrizioni incontestabili
             delle Leggi che ordinano una comunità politica e civile. Socrate, allora, esprime
             una morale politica della legalità dell’atteggiamento di obbedienza che è assai
             simile a quella posteriore di stampo kantiano: dinanzi al dovere di ottemperare
             all’autorità delle Leggi non c’è posto per il motivato dissenso della coscienza.
                  Il comando della politica, per il nostro filosofo che vuol essere fino in
             fondo il testimone ossequioso della legalità, non può che essere il comando
             delle Leggi, Leggi che, per la mentalità politica greca, sono lontane dall’essere
             sottoposte ad un esame critico della loro legittimità al contrario di quanto acca-
             de per la sensibilità morale della Modernità politica. Nella visione socratica è
             perciò morale ottemperare alle Leggi poiché esse sono le nutrici della Città.
                  Per il modo di pensare greco, il potere di comando è dunque identicamente
             il potere delle Leggi, e queste lo devono esercitare pienamente e compiutamente
             governando la Città secondo la Giustizia, ovvero ordinando le cose della Città
             per consentire ai cittadini di vivere secondo lo scopo della ‘buona vita’.


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