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ATTUALITÀ E INFORMAZIONI



                  Il  silenzio  dell’obbedienza  riscatta,  allora,  l’estrema  umiliazione  della
             Croce, adorna e fa risplendere il sacrificio. Servire in silenzio le disposizioni del
             comando rasenta dunque l’eroismo del sacrificio, dinanzi al quale subentra la
             serenità che accompagna l’obbedienza .
                                                  (2)
                  Il memoriale racchiuso nell’imperativo del ‘fate questo in memoria di me’
             fa, qui, il paio con un altro imperativo ovvero con quello del memoriale del ‘con-
             tinuate a servire in memoria di me’. L’ultimo comando di un mandato assegnato
             ai seguaci diventa così il momento istitutivo della catena del comando e del ser-
             vizio, inaugura nella prospettiva dei secoli a venire un sentimento di fedeltà sia
             al comando del servizio sia al servizio di comando. Infatti, comandare e servire
             in memoria di qualcosa in cui valga la pena di riporre la fiducia della propria
             anima, la fede del proprio spirito, la dedizione della propria esistenza, tutto ciò
             non può non costituire un motivo di orgoglio e di merito per tutti gli uomini che
             sono di buona volontà e di schietto coraggio. Il messaggio di Cristo, pertanto,
             purifica ogni tipo di comando, lo rigenera nei valori più profondi della morale
             dell’Umanità,  riconducendo  ad  unità  ciò  che  sembrava  essere  inconciliabile:
             ricongiungere l’etica del comando con l’etica del servizio per l’Uomo.


             3. Aspetti dell’etica del comando militare
                  Il lungo excursus finora tratteggiato ha provato a delineare le tappe della progres-
             siva moralizzazione del comando tentando di evidenziarne un plesso di significati e di
             relazioni. Forse, come suggerisce Bobbio, l’etica si sforza di incatenare a sé il comando
             in guisa che la riflessione possa illuminare il comando per mezzo della luce della mora-
             le. Questa istanza si rivela di certo altrettanto corretta se cerchiamo adesso di prendere
             in considerazione la misura etica per la quale il principio del comando abbia moralmen-
             te vigore in una condotta professionale specifica come lo è quella militare. Qui l’etica
             del comando riguarda la deontologia professionale, un ambito dove si richiedono atti-
             tudini e competenze specifiche, un campo inoltre dove non si può separare il rigore
             che il comandante deve avere verso se stesso dal dovere verso i subalterni , una sfera
                                                                              (3)
             cioè dove le decisioni del Capo militare determinano il successo delle azioni e delle atti-
             vità dei suoi subordinati. Sotto il profilo della deontologia militare, quindi, il coman-
             dante non deve avere diritti ma soltanto doveri verso coloro di cui è responsabile.

             (2)  Non possiamo fare a meno di richiamare qui il valore squisitamente religioso del motto mili-
                  tare ‘dell’obbedir tacendo’ e la serena accettazione virile dell’atto del sacrificio professionale
                  che caratterizza l’obbedienza dei militari dell’Arma.
             (3)  Va osservato che nel comando la debolezza, sia verso di sé sia verso degli altri, sta in conflitto
                  con la necessaria severità che si deve avere nei confronti di sé stesso e degli altri. Su questa
                  osservazione ci sorregge la seguente massima di Napoleone per la quale “non bisogna essere
                  severo e debole nello stesso tempo”, (Napoleone Bonaparte, Aforismi, massime e pensieri, a cura di
                  Francesco PERFETTI, Newton Compton, Roma 1993, pag. 27).

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