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ALL’ALBA DEL PEACEKEEPING



                     La sua importanza, però, non era limitata alla dimensione emotiva: già a
               partire dal Settecento il suo territorio, e l’Alta Slesia in particolare, rappresenta-
               va  uno  dei  bacini  minerari  più  importanti  dell’intero  continente  europeo.
               Ancora alla vigilia della Grande Guerra oltre un quinto dell’intera produzione
               di carbonfossile del Reich proveniva dall’Alta Slesia.
                     Il carattere strategico della provincia, dunque, era innegabile. La presenza
               di una massiccia componente germanofona era altrettanto evidente. Allo stesso
               tempo le rivendicazioni della minoranza polacca, che nelle aree orientali della
               provincia  diveniva  maggioritaria,  riecheggiavano  vibranti  fin  sulle  rive  della
               Senna. Fu così che, al contrario di quanto era avvenuto per la Posnania e per la
               Prussia Occidentale, a Parigi salomonicamente fu fatto valere il principio di
               autodeterminazione, scegliendo di subordinare l’assetto dell’Alta Slesia agli esiti
               di un plebiscito . Ai sensi dell’art. 88 e del relativo Allegato era poi disposta
                               (28)
               l’evacuazione delle truppe tedesche dalla provincia oltre allo scioglimento delle
               milizie paramilitari.
                     L’amministrazione  dell’Alta  Slesia  sarebbe  quindi  stata  affidata  ad  una
               Commissione Internazionale composta da quattro membri nominati dagli Stati
               Uniti, dalla Francia, dall’Impero Britannico e dall’Italia. Infine, era previsto l’in-
               vio di una forza multinazionale con finalità di peacekeeping e di implementazione
               del risultato elettorale.
                     Le previsioni del Trattato di Versailles erano nitide, l’obbiettivo era ben
               definito, gli strumenti erano adeguati. La soluzione adottata, poi, poggiava sul
               buon senso: la scelta del destino dell’Alta Slesia spettava unicamente ai suoi
               abitanti. Nessuna pace cartaginese, dunque: almeno in questo caso non c’era
               margine per i tedeschi di lamentarsi per l’ennesima amputazione territoriale.
               Ma non si intendeva neppure soddisfare sbrigativamente Varsavia che, invo-
               cando  la  funzione  geopolitica  di  antemurale  tanto  nei  confronti  della
               Germania  quanto  nei  confronti  della  Russia,  aveva  già  ottenuto  importanti
               vantaggi territoriali.
                     Il quadro tracciato a Versailles nella sua cristallina semplicità ancora oggi
               risulta suggestivo. Peccato, però, che avesse ben pochi appigli con una realtà
               drammaticamente polarizzata, in cui espulsioni di massa, uccisioni e, addirittu-
               ra, veri e propri scontri campali erano praticamente all’ordine del giorno.
                     Eppure  proprio  questo  scarto,  questa  incongruenza  rende  la  vicenda
               dell’Alta Slesia estremamente interessante.
               (28)  Con una minima eccezione: ai sensi dell’art. 83 del trattato di Versailles, la porzione meridionale
                     del distretto di Ratibor (Racibórz), in cui era ampiamente maggioritaria la componente ceca, fu
                     direttamente assegnata a Praga. Mi sia concesso rinviare a Filippo RUSCHI, Il ‘nomos’ di Versailles:
                     un itinerario cartografico, in Stefano MANNONI, Da Vienna a Monaco (1814-1938), cit., pp. 207-210.

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