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TRIBUNA DI STORIA MILITARE



                   D’altronde, come ha scritto Sema occupandosi della guerra sull’Isonzo con
               una particolare attenzione a queste problematiche: “Perché meravigliarsi allora
               se  gli  italiani  ritennero  di  fare  qualcosa  di  simile  nella  zona  multietnica
               dell’Isonzo?” .
                            (16)
                   Questa diffidenza italiana troverà giustificazione nelle memorie del generale
               Max Ronge, capo dello spionaggio della Monarchia, il quale scrisse nel dopo-
               guerra che alle spalle dell’esercito italiano esisteva una rete che oggi definirem-
               mo stay behind di agenti informatori e sabotatori .
                                                               (17)
                   Si badi bene che questo riguardava anche aree di confine con il Trentino,
               laddove soprattutto i sacerdoti e campanari o sacrestani furono oggetto di per-
               secuzione come internamento e rinvio a processo a causa di sospetti quasi sem-
               pre infondati .
                            (18)
                   Luci e suoni di campane erano i segnali più ovvi secondo gli incaricati del
               controspionaggio per coadiuvare i carabinieri, territoriali che talora prendevano
               pericolosamente sul serio i propri compiti, al punto che dovettero in qualche
               caso essere a loro volta sottoposti a sorveglianza .
                                                               (19)
                   Il nostro servizio informazioni - in realtà uno degli uffici dei vari comandi -
               dell’epoca era in embrione e affidato soprattutto alla buona volontà dei singoli. La
               raccolta delle informazioni avveniva specialmente per attività amatoriale di ufficiali
               alpini di stanza alla frontiera trentina, ma anche grazie all’utilizzo di “fiduciari”
               come allora erano definiti gli informatori, pagati in centri esteri, in primis a Zurigo.
                   Quando  nel  maggio  1915  l’Italia  entrò  in  guerra,  l’Ufficio  informazioni
               aveva soltanto due centri esteri e si concentrava soprattutto sulla raccolta di dati
               sulle forze nemiche che aveva di fronte. Tuttavia il conflitto andava assumendo
               i caratteri di guerra totale e quindi implicava ben di più che la conoscenza del
               numero di fucili e di soldati; occorreva anche assumere informazioni sul morale
               della popolazione nemica, sui movimenti politici, sullo stato d’animo dell’eserci-
               to avversario, sulle sue risorse di materie prime, sulla produzione industriale, ecc.
               (16) - ANTONIO SEMA, La Grande Guerra sul fronte dell’Isonzo, vol. I, cit., pag. 28.
               (17) - Così MAX RONGE, Kriegs - und Industriespionage. Zwolf  Jahre Kundschaftsdienst, Wien,Wehle &
                    Hofels, 1930, pagg. 191-2. Si trattava di 250 elementi in Carinzia, 248 in Carniola (Slovenia)
                    e 75 dalle zone costiere, secondo Ronge sloveni e croati erano inferociti contro gli italiani.
               (18) - GIORGIO TRIVELLI, Storia del territorio e delle genti di Recoaro, Novara, IG De Agostini, 1991, pag. 209.
               (19) - Aussme, B1, 72d, “Servizio di polizia militare”.

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