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I REALI CARABINIERI E IL CONTROSPIONAGGIO NELLA GRANDE GUERRA
Nel campo controinformativo la situazione italiana era altrettanto grave che
in quello informativo per la scarsa considerazione che il servizio aveva presso
il Corpo di Stato maggiore. Su questo concordano sia le testimonianze dei pro-
tagonisti, come De Rossi (11) e Tullio Marchetti , sia il giudizio degli storici .
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Al confronto sembravano maestri gli austro-ungarici, allenati alle spietate
lotte nei Balcani e capaci di sfruttare abilmente le tensioni nazionalistiche a pro-
prio vantaggio. Nei confronti delle popolazioni di confine non andarono per il
sottile ed internarono con facilità gli abitanti, mentre la sorveglianza si fece
ossessionante per i pochi irredentisti che erano stati lasciati a piede libero. La
tecnica era quella di privare i pesci dell’acqua e renderli innocui, anche con
mezzi terroristici, quando non con atti di vera ferocia.
Per contro nelle aree dove avanzano gli italiani vennero messi in atto guer-
riglia e sabotaggi, spesso con il favore della popolazione slovena. Se per la pub-
blicistica si trattava di “terre redente” le autorità italiane internarono tra giugno
e agosto del 1915 circa 70mila persone da queste zone , mettendo in atto un
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provvedimento che facilitasse il controllo di agenti informatori e addestrati al
sabotaggio che costituivano la stay behind austriaca dell’epoca .
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Prima di abbandonare i territori all’inizio della guerra, gli austriaci avevano
lasciato sul posto informatori da utilizzare nella guerra non convenzionale cui
erano avvezzi, anche tra il clero locale, circostanza che ancora oggi alimenta cri-
tiche al comportamento dei militari italiani. Bastava qualche fucilata per far
fibrillare gli italiani che, amareggiati da questi episodi, reagirono sovente con
una certa durezza.
(11) - EUGENIO DE’ ROSSI, Vita di un ufficiale italiano sino alla guerra, Milano, Mondadori, 1927 e
Ricordi di un agente segreto, Milano, Alpes, 1929.
(12) - TULLIO MARCHETTI, Ventotto anni nel servizio informazioni militari, Trento, Museo del
Risorgimento di TN, 1960, pagg. 18. Da non confondere con l’omonimo Odoardo
Marchetti, capo del Servizio che successe al generale Garruccio.
(13) - AMBROGIO VIVIANI, Servizi segreti italiani 1815-1985, Roma, Adnkronos, 1985, pag. 168-9.
(14) - MARCELLO FLORES, La Grande Guerra e il Friuli, in: QUALESTORIA, aprile 1986, pagg. 10-34,
qui pag. 17. La retorica interventista, quasi sempre anticlericale, utilizzava un lessico che
prendeva largamente a prestito espressioni dalla religione con l’intendimento di fare del
nazionalismo una religione di stato.
(15) - ANTONIO SEMA, La Grande Guerra sul fronte dell’Isonzo, Gorizia, Editrice goriziana, 2009, pagg.
25 e 29.
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