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TRIBUNA DI STORIA MILITARE
Prigioniero nel campo di concentramento di Norimberga accettò serena-
mente di andare incontro alla morte per mantenere fede al giuramento. Ogni
giorno di più sentiva affievolirsi le forze e alla vigilia della fine, quando oramai
les visiteurs du soir erano sulla soglia, scrisse ai suoi familiari nell’Italia così amata
e così lontana una lettera che nella sua semplicità aveva toni risorgimentali:
“Sappiate che mi sento completamente tranquillo, pago soltanto di aver com-
piuto il mio dovere di soldato fino all’estremo limite delle mie forze”. Il
Carabiniere semplice Francesco Reale aveva vent’anni quando fu catturato, ma
era abbastanza maturo per opporsi a nazisti e fascisti. La punizione fu un assas-
sinio: in pieno inverno, con una temperatura di quindici gradi sotto lo zero, il
giovane fu spogliato nudo, gettato all’aperto e innaffiato ferocemente con getti
di acqua fredda. Se il trattamento era diretto scientemente a provocare, oltre alla
sofferenza della tortura, anche la morte della vittima, ottenne lo scopo.
Lo stesso procedimento venne applicato nel campo di Wietzendorf al
tenente Andrea Ragni, che riuscì a sopravvivere e a superare anche un’altra
prova efferata che gli venne imposta dal crudele sadismo delle SS: nell’intento
di piegarne la resistenza venne rinchiuso in isolamento speciale per tre settima-
ne in una baracca sigillata, insieme ad altri prigionieri in parte malati di tifo
petecchiale, e tenuto in vita perché soffrisse con un nutrimento minimo, ulte-
riormente ridotto rispetto a quello, già insufficiente, che veniva fornito nel
lager, tale che due ufficiali vi morirono di fame .
(6)
Nell’universo concentrazionario nazista, del resto, era abituale la sottrazio-
ne del cibo come punizione o ricatto.
(6) - Cfr P. TESTA, Wietzendorf, Roma, Centro Studi sulla deportazione e l’internamento, 3 ediz.,
a
1998, pag. 68. Il 27 marzo 1944 il CLNAI denunciò il “selvaggio trattamento” che veniva
inflitto agli internati militari italiani “brutalizzati e seviziati in tutti i modi”. Ognuno reagiva
secondo la propria indole e i propri sentimenti: Anacleto Benedetti, nella sua grande e
malinconica capacità intellettuale, considerava una ironia della vita “mettere in prigione un
prigioniero”, ma Gianni Oberto, parlando della sentinella che nel pomeriggio del 22 aprile
1944 aveva senza ragione assassinato un sottotenente torinese - proprio lui che in mattinata
aveva sostenuto con altri colleghi reclusi la necessità di perdonare - pose un problema serio
e grave: “Quello stesso giorno, in quello stesso pomeriggio, quello stesso soldato aveva spa-
rato ed ucciso due prigionieri russi che erano nel campo confinante col nostro. Chi era que-
sto soldato? Un SS?... No, questo soldato era un anziano di 56 anni richiamato, che si com-
portava esattamente come si sarebbe comportato un SS”. Cfr Il lungo inverno, cit., pagg. 178,
373, 383.
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