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CARABINIERI NELLA “TORMENTA”. L’ESPERIENZA DEI COMPORTAMENTI
E la minoranza che aderì ebbe solo - non tutti e per breve tempo - qualche
miglioramento nel vitto e nelle condizioni di vita all’esterno dei campi, nei quali
si continuava ad abitare. Tutto rientrò dal gennaio 1945, con l’accentuarsi del
tracollo militare che peggiorò l’esistenza di tutti nel Reich, esponendo gli inter-
nati alle rabbiose e imprevedibili reazioni naziste al collasso e all’invasione della
Germania: era vicino il tempo delle “marce della morte” e degli “assassini del-
l’ultimo giorno”.
In Polonia era stato internato il Maggiore dei Carabinieri Alessandro
Maggiorelli, al quale venne chiesto di collaborare con i Tedeschi per convincere
i carabinieri internati a dare la loro adesione alla RSI. Sebbene fosse chiaro che
un rifiuto gli avrebbe precluso l’altrimenti promesso ritorno in Italia e molti altri
vantaggi, l’ufficiale respinse indignato ogni pressione. Naturalmente subì le
ritorsioni dei suoi carcerieri, che gli costarono privazioni e sofferenze, ma non
gli impedirono di scegliere la condotta che avvertiva più rispondente all’amore
per la patria, all’onore dell’Arma e alla dignità nazionale; sopportò per lunghi
mesi sofferenze e privazioni, finì nella “squallida infermeria” - come la bollò il
Colonnello Vittorio Montuoro - del campo di Czestochowa, priva di medicinali
essenziali e destinata ad essere - non solo per Maggiorelli - l’anticamera della
morte, una fine ingrata che avrebbe condotto le spoglie di questo ufficiale a
confondersi in mezzo a quelle di migliaia di prigionieri russi.
Il Maggiore era morto di stenti e la Medaglia d’Argento alla memoria che
gli venne conferita intendeva anzitutto riconoscere la sua fedeltà di Carabiniere
che gli aveva fatto scegliere il sacrificio, non la resa. Non diversamente si può
dire per un altro Maggiore dell’Arma, Francesco Peccerillo, pure decorato della
Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria.
guenza del loro consenso al servizio militare, di perdere il diritto al soldo o di mettere in peri-
colo i loro congiunti nell’Italia centrale e meridionale occupata dagli Alleati. A ciò si aggiun-
gevano i mesi di oltraggiosi trattamenti riservati loro dai tedeschi, la fame e le pessime condi-
zioni igieniche”. In qualche campo, peraltro, chi aderì fu insultato, deriso e sbeffeggiato, per
esempio a Kassel, dove i pochi che avevano firmato per il “libero lavoro” furono talmente
“buffonati” (sbertucciati con disprezzo) dagli altri internati che avrebbero preferito tornare
indietro, C. Bacchin, Diario, Museo Storico della Guardia di Finanza, Roma, busta 615, fasc.
18; G. Hammermann, Gli internati militari italiani in Germania 1943-1945, Il Mulino,
Bologna, 2004, pagg. 291-323; Rapporto della Commissione storica, ecc., Berlino-Roma, 2012,
pagg. 128-29.
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