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TRIBUNA DI STORIA MILITARE



                    Gallo aveva famiglia, figlioletti e moglie, e ne parlava volentieri, ma questo
               ricordo lo animava ancora di più a resistere e ad incitare gli altri a non cedere ai
               nemici della patria. Quanto a sé, non perdeva occasione per esaltare l’onore
               dell’Arma e l’impegno a non cedere, fino a quando la definitiva sconfitta ger-
               manica avrebbe propiziato la liberazione.
                    Inutilmente i tedeschi tentarono di piegarlo, e quando capirono di avere
               fallito scattò la persecuzione. Vessazioni, costrizioni, privazioni crudeli furono
               poste in atto per punire il maresciallo, che peraltro non perdeva occasione di
               protestare per quanto gli aguzzini infliggevano agli altri detenuti.
                    Al Gallo vennero negati gli indumenti necessari per proteggersi dal freddo
               umido e il cibo gli fu lesinato sempre più, così che clima e fame ne indussero
               un pronunciato deperimento. Allora un estremo tentativo di ottenere la sua
               cooperazione venne ferocemente messo in scena, ma fu respinto come gli altri.
               Bollato come non collaborazionista inflessibile, quando il tifo petecchiale lo
               colpì, dapprima l’ufficiale medico germanico rifiutò di visitarlo e di curarlo, poi,
               dinanzi alla riprovazione generale per essersi aggravato il male, lo vide, ma non
               prescrisse alcun rimedio, neanche di migliorare le inumane condizioni di allog-
               gio e di nutrizione cui era sottoposto. Così il sottufficiale continuò a peggiorare,
               “steso  senza  pagliericcio  sul  nudo  e  umido  pavimento  di  terra  della  gelida
               baracca, dal cui tetto scendevano lunghi ghiaccioli, con una sola coperta addos-
               so, carica di insetti”.
                    Ma ai compagni di prigionia che costernati venivano al suo capezzale con-
               tinuava come prima a infondere sentimenti di fedeltà alla patria e al giuramento
               esortandoli a non collaborare con il nemico.
                    Da Carabiniere orgoglioso ripeteva spesso che non si vende l’onore del
               soldato, a costo di morire. E infatti, dopo dodici giorni, il 20 aprile 1944 spirò.
               Ma non invano, perché il tenente cappellano Giuseppe Jacovacci, il giorno suc-
               cessivo al funerale nel cimitero militare di Cattaro-Scagliari (Montenegro), ne
               esaltò lo spirito di sacrificio, il rifiuto intransigente a collaborare malgrado ogni
               lusinga “per non venire meno al giuramento e macchiarsi di disonore”; accusò
               poi apertamente i medici nazisti di una gravissima e cosciente trascuratezza:
               subito arrestato e processato, fu assolto perché la sentenza dovette riconoscere
               l’assassinio, attribuendo il decesso del Gallo a un “esaurimento” che “con ade-

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