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TRIBUNA DI STORIA MILITARE



                    È opportuno  richiamare  quanto  la  Commissione  storica  italo-tedesca
               abbia raccomandato di conservare il ricordo delle tragedie vissute per dare loro
               un senso e trasmettere a coloro che verranno i valori della libertà. Ciò che non
               resta vivo nella memoria non produce più nulla, e la storia assolve al suo com-
               pito solo quando si pone al di là del racconto di una successione di fatti e divie-
               ne partecipazione spirituale, singola e collettiva, saldando presente e passato
               nella costruzione di una coscienza comune.
                    Nella 49 lettera morale a Lucilio, già altra volta citata, Lucio Anneo Seneca
                            a
               scrive che “il bene della vita non consiste nella sua durata, ma nel suo uso”. Lo
               sapevano bene quei Carabinieri che caddero tra il 1943 e il 1945, resistendo con
               le armi alla mano o nell’inferno dei lager in una costante ripulsa di allettamenti e
               minacce. L’eredità del primo Risorgimento soccorreva il secondo e molti si ricor-
               darono che nel maggio 1814, quando Lord Castlereagh si avventurò a consigliare
               a Federico Confalonieri di acconciarsi all’Austria, gli vennero gettati in faccia i
               sacrifici degli Italiani, perché il Paese era giunto a “un grado di energia, di vigore,
               di consistenza che non aveva mai toccato” e che giustificava i suoi sogni. Italia era
               un nome tanto dolce da pronunciare, ma poteva diventare così impegnativo: lo
               aveva dimostrato Amatore Sciesa quando sulla via del patibolo era stato fatto pas-
               sare davanti a casa sua sperando in un cedimento, e aveva reagito con uno sguar-
               do di disprezzo e due parole: “Tiremm innanz”. Nessuno e niente aveva fermato
               il Risorgimento, nessuno e niente avrebbe domato la Resistenza.
                    A  parte  l’atteggiamento  più  furioso  che  critico  della  dirigenza  nazista,
               occorre considerare che l’armistizio italiano scatenò in molti militari tedeschi gli
               istinti peggiori dell’uomo. A questo risultato contribuirono stereotipi tradizio-
               nali nati da menzogne assolutorie del passato mai verificate dalla cultura , pul-
                                                                                     (1)
               (1) - Il supposto tradimento altrui come giustificazione della disfatta militare propria non voluta ricono-
                   scere è un classico, da Berlino a Budapest, e viene da lontano, dal 1915-1918. L’8 settembre 1943 è
                   solo la resurrezione del vecchio infondato stereotipo, cui era stata posta la mordacchia dai nazisti
                   durante gli anni dell’Asse. Scrivendo ai genitori un soldato tedesco in Italia si scandalizza che gli
                   Italiani possano pensare che la guerra è finita: “Col cavolo, se non ci fosse stato il tedesco!”, e accen-
                   na a rapine, requisizioni di case, furti nei magazzini, per concludere: “allora ciascuno comprende
                   quale musica si suona. Alle 8 la popolazione si deve ritirare nelle proprie abitazioni. Sì, è così con
                   l’amico di ieri. E con il nemico dall’esterno. Sì, da soli ne veniamo a capo meglio, si vede, ora tutto
                   viene impiegato nel modo giusto”. Lettera del soldato Franz Menkhaus ai genitori, 15 settembre
                   1943, vedi relazione di K. Von Lingen alla Commissione storica italo-tedesca, 14 aprile 2010.

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