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CARABINIERI NELLA “TORMENTA”. L’ESPERIENZA DEI COMPORTAMENTI


             sioni razziste, odio, rabbia per il crollo delle illusioni militari e probabilmente
             anche  un  certo  allentamento  della  disciplina,  voluto  o  inevitabile  che  fosse.
             Fatto sta che negli specchi riassuntivi degli eventi con rilevanza criminale redatti
             dai Carabinieri e nelle dichiarazioni rilasciate da cittadini e soldati italiani - che
             hanno costituito in ordine di tempo la prima fonte per ricostruire ciò che era
             accaduto - pullulano le notizie delle uccisioni senza motivo, delle rapine e dei
                     (2)
             furti commessi da militari della Wehrmacht e non soltanto delle SS, come dopo
             la guerra si è tentato di accreditare. Su questo scenario si sono mosse le azioni
             dei Carabinieri.
                  Nel  settembre  1943  il  maresciallo  capo  Francesco  Gallo,  di  Catania,
             comandava la stazione di Perast (Cattaro-Montenegro); dopo un duro combat-
             timento  fu  catturato  e  internato,  insieme  a  commilitoni  di  varie  Armi,  nel
             campo di Dobrota. I carcerieri contavano di adibire gli internati a lavori utili per
             la loro difesa, come fortini, postazioni, ecc., ma Gallo rifiutò in ogni modo di
             collaborare  con  il  nemico,  affrontando  disagi,  privazioni  e  maltrattamenti.
             Respinse con sdegno anche le pressioni perché si arruolasse con i tedeschi o
             aderisse alla RSI, che dal dicembre 1943 al febbraio 1944 si fecero sempre più
             frequenti e intense, accompagnate da promesse di rimpatrio, di libertà, di con-
             dizioni economiche e di vita elevate.
                  Spiegò con chiarezza che di giuramenti se ne fa uno nella vita, e che lui,
             in quanto Carabiniere, sarebbe rimasto fedele alla patria e all’Arma “a costo di
             morire”, una prospettiva che le condizioni del campo, in cui aveva preso ad
             infuriare  il  tifo  petecchiale,  rendevano  molto  probabile.  Il  maresciallo  non
             solamente  si  comportava  in  proprio  come  la  coscienza  matura  di  un
             Carabiniere di trentotto anni gli suggeriva, ma conduceva un’opera di persua-
             sione convinta e continua verso i compagni di prigionia perché non cedessero
             a loro volta, rimanessero fedeli al giuramento prestato e non accettassero di
             lavorare per i nazisti.

             (2) - Cfr per questa fonte AUSSME (Archivio dell’Ufficio Storico S. M. Esercito, Roma), Fondo 1-
                 11, Diari Storici, buste 2131, 2132, 2133, 2135. La fonte dei carabinieri, a parte il caso specifico
                 di cui è parola, risulta di grande rilevanza per conoscere aspetti particolari degli avvenimenti:
                 abbiamo la prova, ad esempio, di quanto i tedeschi fossero già in allarme ben prima dell’armi-
                 stizio (cattura di 40 militari del 22a Guardia di frontiera il 4 agosto 1943), AA.VV., Il lungo inver-
                 no dei lager, a cura di P. PIASENTI, ANEI, 2 edizione, Roma, 1976, pagg. 30-31.
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