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TRIBUNA DI STORIA MILITARE



                    Al costo di espedienti non di rado temerari e di inauditi sacrifici, l’Astorri
               riuscì a custodire il vessillo per due lunghi anni, malgrado non pochi momenti
               difficili, specie alla partenza e all’arrivo nei lager, le perquisizioni personali e le
               intimidazioni continue.
                    Ebbe la soddisfazione di assolvere alla consegna ricevuta nell’agosto 1945,
               appena rientrato in patria .
                                        (11)
                    Negli ultimi mesi di guerra le condizioni di vita dei prigionieri “peggiora-
               rono drammaticamente”. Ulteriori riduzioni delle già insufficienti razioni ali-
               mentari spinsero molti alla disperazione e a tentativi di mantenersi in vita men-
               dicando o rubacchiando qualche cosa di commestibile, da cui derivò un’impen-
               nata delle esecuzioni “per saccheggio” .
                                                     (12)
                    Inoltre fenomeni psicologici - o psicotici - di massa collegati a radicati pre-
               giudizi razziali e alla irragionevole, ma irrefrenabile rabbia per la sconfitta degli
               herren, favorirono l’aumento degli atti di violenza nei confronti degli stranieri
               e degli internati. Specie fra aprile e maggio 1945 si verificarono ulteriori insen-
               sati episodi di comportamento criminale singolo e collettivo .
                                                                          (13)
                    L’eccidio truce di Stiege venne perpetrato il 13 aprile 1945 da uomini delle
               SS. L’unico sopravvissuto, il Carabiniere Mario Bianchi, catturato in Grecia, ha
               rilasciato  la  seguente  dichiarazione  alla  Compagnia  interna  della  Legione  di
               Firenze: “Il 13 aprile 1945, verso le ore 17:00, io, il Brigadiere Battuello Antonio
               e  altri  ventiquattro  commilitoni,  dei  quali  quindici  appartenenti  alla  nostra

               (11) - Quando i bombardamenti alleati, sempre più intensi e meno contrastati, erano diretti a sta-
                    zioni ferroviarie, molto spesso i treni in sosta venivano sventrati e il carico, danneggiato o
                    meno, finiva fuori: di ciò profittavano i civili per impadronirsi, quando era possibile, di qual-
                    che cosa di commestibile, e in genere ciò veniva tollerato; spinti dalla fame - e talvolta invitati
                    dalla popolazione stessa - accadde più di una volta che ne profittassero anche prigionieri ita-
                    liani, ma nel loro caso SS e polizia applicavano la pena di morte, anche a distanza di giorni
                    dal fatto. I bombardamenti erano sempre più frequenti e letali: ad Hagen, per esempio, rima-
                    sero uccisi cinquantacinque internati italiani, tra cui il Carabiniere Nicolò Sinesi di Canosa di
                    Puglia, che morì senza sapere che da mesi gli era nato un secondo bambino. M. Avagliano e
                    M. Palmieri, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945, Torino,
                    Einaudi, 2009, pag. 269.
               (12) - Paradigmatico il caso del tenente Federico Ferrari, assassinato il 24 aprile da un anziano nazi-
                    sta  della  locale  Volksturm,  L.  ZANI,  Resistenza  a  oltranza,  Milano-Roma,  Mondadori-
                    Università, 2009, pagg. 77-81.
               (13) - ACC, 1253, 31.

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