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TRIBUNA DI STORIA MILITARE

      Nuove e dolorose esperienze sono in arrivo: fame, freddo, sevizie, non di
rado ferocia, le pressioni, i ricatti. Il colonnello dei CC RR Vittorio Montuoro
ricorda che “subito dopo la cattura, cominciarono le manovre, impostate alter-
nativamente sulle minacce e sugli allettamenti per ottenere” l’adesione all’arruo-
lamento con tedeschi e fascisti, o almeno al lavoro, ma “si può orgogliosamente
affermare che la maggioranza resistette fino all’ultimo, non lasciandosi adescare
neppure dalle menzogne con le quali si cercò di ingannarla”.

      Nel campo di Czestokowa cederanno due soli ufficiali, malgrado la perse-
cuzione posta in atto per piegare i prigionieri: “non si ebbe scrupolo di ricorrere
alla fame e alla durezza del trattamento, giunta alle più gravi forme di illegale
umiliazione, per fiaccare il nostro spirito”.

      Nel rapporto del Porciani si legge che il vitto “costantemente insufficien-
te” provoca uno “stato di fame generale, di generale denutrizione, […] causa
prima di tante malattie e di tanti decessi, in quanto gli organismi indeboliti non
potevano reagire efficacemente all’azione demolitrice di qualsiasi male” inoltre
“favorì e incrementò un mercato nero che ingoiò tutto quanto di un certo valo-
re gli ufficiali possedevano e che i tedeschi non avevano rubato nel corso delle
perquisizioni”. Don Luigi Pasa, cappellano nel lager di Wietzendorf, si esprime
così: “La vita per tutti fu estremamente dura […] Nei campi per ufficiali si è
sofferta la vera fame […] Quando alla fine entrammo in contatto con ufficiali
medici francesi, quei medici rimasero inorriditi nel vedere e visitare tanti veri
scheletri e lo dichiararono lealmente e ripetutamente”; era l’effetto di “freddo
intensissimo, abiti scarsi e a brandelli, baracche non riscaldate dal cui soffitto
pendevano permanenti ghiaccioli, igiene niente affatto curata, lunga esposizio-
ne all’aperto per appelli”.

      Non sono migliori le condizioni dei militari di truppa, costretti a lavorare
anche alle perforazioni in galleria, dove - scrive don Pasa - la mortalità è del cin-
quanta per cento e dove, specie quando le SS utilizzano la collaborazione di cri-
minali comuni, si manifesta la tregenda del “lavoro forzato nella sua espressione
più brutale e selvaggia”.

      Come base dell’alimentazione il Carabiniere Ditta ricorda la zuppa di rape:
una “sbobba”, che un altro cappellano, Guido Visendaz, descrive così: “bisogna
pensare agli intrugli che i contadini sogliono preparare per i maiali all’ingrasso,

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