Page 199 - Rassegna 2017-1_4
P. 199

CARABINIERI INTERNATI NEI LAGER DEL TERZO REICH

scorta al convoglio: chi scendeva per fare i propri bisogni se per combinazione
si allontanava di cinque/sei metri cominciavano a sparare; oltrepassata l’Austria
in una stazione in Germania, ripartito da quella stazione, pochi km si fece, che
il destino vuole che si incontri in una macchina il nostro convoglio, per l’urto
stesso ricevuto ci siamo rovesciati tutti, i primi vagoni vicino alla macchina
rimasero danneggiati: tre ufficiali feriti, un soldato morto(3)”.

      Pure da Bitoli il 4 ottobre parte, dopo avere percorso da Tirana duecento
chilometri km a piedi, il Carabiniere Enrico Ditta, ma deve viaggiare in condi-
zioni più disagiate perché i carri del suo treno, su ciascuno dei quali sono stipati
cinquanta/sessanta uomini, sono a piattaforma scoperta; anche il Ditta riceve
da mangiare solo il terzo giorno, mentre il convoglio vaga tra Bulgaria, Croazia,
Serbia e infine in Ungheria, sorta di Eden di simpatia e pane bianco per i pri-
gionieri: tutto però cambia in peggio alla frontiera con l’Austria e negli undici
giorni che ci vogliono ancora per arrivare a Dortmund.

      Dai carri piombati è difficile farsi aprire e dentro si soffre la sete e la fame,
si deve trafficare con gli escrementi, c’è chi perde la ragione e chi muore(4).

      Né sono migliori i treni che trasportano gli ufficiali: il colonnello dei
Carabinieri Francesco Porciani ricorda quei viaggi, “eseguiti in ferrovia in carri
bestiame, chiusi dall’esterno con lucchetti.

(3) - Memoriale di prigionia del Carabiniere Domenico Visconti, ACC (Archivio dell’Ufficio
      Storico dei Carabinieri, Roma), busta 2034, fasc. 4, pagg. 1-3. Durante i quattro giorni della
      marcia a piedi i tedeschi riarmano parzialmente i militari italiani con il moschetto, dodici cari-
      catori e quattro bombe a mano per il caso che la colonna sia attaccata dai partigiani ribelli, ma
      l’armamento è controllato ogni giorno, con la minaccia della fucilazione in mancanza di una
      sola cartuccia; giunti in Bulgaria, i prigionieri furono di nuovo disarmati.

(4) - Diario del Carabiniere Enrico Ditta, disponibile per la cortesia della Dott.ssa Elena Gentili.
      Benché semplice milite il Ditta, nato a Porto Said da padre medico in una famiglia italiana
      colta, scrive in una lingua ottima e forbita con grande proprietà di linguaggio. Nel suo diario
      genericamente riportato quale diario di un internato militare nel Rapporto della Commissione sto-
      rica italo-tedesca insediata dai Ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica
      Federale di Germania il 28 marzo 2009, Berlino-Roma, 2012, pag. 131, riporta: “Durante il tragitto
      i finestrini del vagone erano rimasti chiusi […] Eravamo come sardine senz’aria, non avevamo
      nulla da mangiare e non potevamo fare i nostri bisogni: tre moribondi e io con la febbre e la
      gamba dolorante per la ferita […] Non sapevamo se fosse giorno o notte. Poi furono aperte
      le porte da un uomo che, in italiano, ci disse: ‘Non muovetevi o sparo’ […] Vidi (un cartello)
      con la scritta ‘Monaco’. Lì ci hanno fatto scendere e ci hanno dato del pane nero: una pagnotta
      su cui era stampata la data 1938, non me lo dimenticherò mai”.

                                                                                     197
   194   195   196   197   198   199   200   201   202   203   204