Page 71 - Quaderno 2017-12
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Le cause per cui una persona mente consapevolmente possono essere le più varie, non
sempre supportate da motivazioni inique, e ovviamente dipendono anche dalla posizione in
cui si trova il soggetto nel caso specifico (vittima, testimone, o imputato). Si può mentire per
pietà nei confronti dell’interlocutore o di una terza persona estranea alla conversazione; per
paura per sé o per altri; per dissimulare informazioni che potrebbero svelare o aggravare una
propria responsabilità; o per non aggravare la posizione di un terzo soggetto già
compromessa. Non sempre, in definitiva, si mente per allontanare da sé una responsabilità
penale.
Un soggetto potrebbe dire il falso anche non intenzionalmente, come per esempio
quando non comprende la domanda, o non ha le nozioni necessarie per rispondere. La
risposta inadeguata può essere, inoltre, sintomo di intervento dei meccanismi di difesa.
Ci sono poi diversi modi di mentire, anche quando si risponde alle domande. Si può
mentire rispondendo, ma senza fornire le informazioni richiese, usando frasi lunghe e
complesse che disorientano l’interlocutore; si può mentire sfruttando pause e silenzi
esasperanti (cosiddetta tecnica a tartaruga); ancora si può mentire attraverso la
spersonalizzazione del discorso, parlando in terza persona senza quindi esporsi direttamente.
Un aspetto di primissimo rilievo nella gestione della menzogna all’interno della
conversazione sono gli effetti della comunicazione non verbale di chi effettua
l’interrogatorio. Questo tipo di comunicazione costituisce la percentuale più ampia di tutto
ciò che comunichiamo, si affianca a ciò che diciamo oralmente e lo completa, e comprende
tutti i messaggi che veicoliamo attraverso il tono della voce, gli occhi, il linguaggio del corpo.
È meno facile da controllare rispetto alla comunicazione verbale, e per questo spesso lascia
filtrare contenuti che il linguaggio riesce a tenere nascosti. Chi interroga deve essere in grado
di gestire anche questi aspetti, adottando piccoli accorgimenti che facciano sentire il
testimone a proprio agio e quindi ben disposto a compiere uno sforzo di memoria e a dire la
verità su quanto ricorda. Ma la stessa comunicazione non verbale, per le caratteristiche
appena descritte, può essere utilizzata dall’intervistatore per valutare l’attendibilità del
racconto testimoniale. Chi vuole comunicare intenzionalmente un messaggio falso, infatti,
tende a controllare i movimenti del volto trascurando quelli del corpo. Molto in generale, e
comunque senza alcun carattere di certezza, possono considerarsi tra i principali indicatori di
menzogna i seguenti elementi: esitazioni ed errori nel parlare, le variazioni nel tono della
voce, la dilatazione pupillare, la manipolazione di alcune parti del corpo, il tamburellare con
le dita, le diminuzioni dei cenni del capo e degli sguardi verso l’intervistatore.
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