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Anima, civiltà, paesaggio nella visione di Oswald Spengler
no Alessandro Magno come il distruttore della loro civiltà: egli abbatte
le Poleis, si lancia in una folle avventura di conquista, apre il mondo gre-
co agli spazi sconfinati dell’Oriente. E non a caso i moderni ameranno
Alessandro come un grande eroe romantico, rapito e alla fine travolto
dalla sua sete di infinito.
La tendenza fondamentale della civiltà europea-moderna è appunto
la tendenza all’illimitato. Ciò che per i Greci era un “niente”, lo spazio
infinito, per il moderno è fonte di estasi e di misteriosi presentimenti.
La civiltà nata dall’alto medio evo in tutte le sue manifestazioni centrali
tende all’illimitato. Le cattedrali gotiche non hanno una forma in sé
conclusa come il tempio greco, ma quasi si slanciano verso l’infinita-
mente lontano. Il sentimento moderno del mondo sorge dalle grandi
esplorazioni oceaniche che infrangono il limite greco, il “non plus ul-
tra”, e gettano luce su continenti ignoti negli stessi anni in cui gli scien-
ziati neo-platonici del tardo rinascimento scardinano l’astronomia anti-
ca. La terra non è più il centro di un universo racchiuso in sette sfere
nella cintura delle costellazioni, ma è uno scoglio che ruota nell’immen-
sità. Spengler, morto negli anni Trenta, non fece in tempo a vedere l’era
delle esplorazioni spaziali, e la conquista della Luna svoltasi sotto l’egi-
da del suo connazionale von Braun, ma nelle pagine finali del Tramonto
pregusta l’ebbrezza di quest’ultimo sconfinamento.
Nella percezione del paesaggio propria all’uomo europeo, che egli
definisce “faustiano” dal nome del celebre personaggio di Goethe (il
“doktor Faust”) l’illimitato è il tema dominante. La tecnica promette
una potenza illimitata, la scienza si lancia alla scoperta dell’infinitamen-
te grande e dell’infinitamente piccolo, la storia naturale retrocede di
millenni, poi addirittura di milioni di anni. L’economia insegue anch’es-
so il suo desiderio faustiano di illimitato con il mito della crescita inde-
finita del PIL.
Oggi la civiltà che da dodici secoli galoppa in questa corsa frenetica
sembra stanca. Molti segnali, alcuni dei quali funesti, sembrano presen-
tare il conto di questa tendenza all’illimitato. Il colonialismo europeo ha 7
abbattuto i confini che separavano i popoli e i continenti: oggi miriadi n. -
di uomini si riversano nelle terre delle antiche potenze coloniali, con un III
ritmo frenetico che lascia poco tempo per cercare i giusti equilibri di in-
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