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Anima, civiltà, paesaggio nella visione di Oswald Spengler


               analogie di sviluppo. Omero e Dante Alighieri sono poeti dell’origine;
               Aristotele è l’autore della grande sintesi sistematica della saggezza anti-
               ca; Immanuel Kant è il suo corrispondente europeo. A sua volta
               Napoleone appare sul quadrante della storia europea “alla stessa ora”
               in cui apparve Alessandro Magno nella storia antica.
                  Questi accostamenti possono sembrare a prima vista bizzarri o con-
               cettuosi, ma lasciamo a chiunque voglia leggere le 1.500 pagine de Il
               Tramonto dell’Occidente la curiosità di sperimentare quanto grande sia l’in-
               gegno con il quale Spengler dal suo punto di vista li giustifica.
                  Vi è un tratto profondamente artistico nel modo di procedere di
               Spengler. Non a caso egli si riconduce a Goethe, artista e pensatore di
               talento. Spengler non crede che esista una “storia mondiale” che come
               un filo unico inanelli tutte le esperienze, tutte le vicende personali e col-
               lettive. Crede che la storia sia più simile a un caleidoscopio di “mondi
               culturali” profondamente individualizzati. Le civiltà sono come affre-
               schi; e, come negli affreschi del Rinascimento, il paesaggio non è solo
               uno “sfondo”, ma è un elemento carica di “qualità” e di “forma”.
                  Il quadro di civiltà più antico che ci sia stato tramandato è quello che
               sorge lungo le sponde del Nilo. Quella egizia non è una civiltà “deserti-
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               ca”; il deserto appare agli Egizi come il confine esterno, garante di uno
               splendido isolamento, e all’occorrenza come una entità nemica. Il de-
               serto è rosso come il dio Seth, assassino di Osiride, e molte delle “pia-
               ghe d’Egitto” ancor prima di essere attribuite nella Bibbia a Jahvè ven-
               nero considerate dagli Egizi come le periodiche sciagure inferte dal ros-
               so e arido deserto. Tuttavia la terra d’Egitto non è rossa e arida, ma ne-
               ra e feconda: in quanto tale essa è “un dono del Nilo”. Spengler traccia
               un parallelo tra la natura geografica dell’Egitto – che si snoda lungo la
               snella traiettoria del Nilo – e la tendenza alla bidimensionalità propria
               dell’arte egizia. Il Nilo è una via che attraversa il deserto, allo stesso mo-
               do le figure dell’arte nei loro profili, nella loro assoluta assenza di plasti-
               cità si allineano lungo una dimensione bidimensionale, ovvero si di-
               spongono lungo una traiettoria. Ma l’anima egiziana è completamente
               immersa nell’attesa dell’aldilà, è assorta nella preoccupazione di esor-
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               cizzare la caducità della vita. Pertanto la “via” alla quale alludono innu-
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               merevoli affreschi e scritti come il Libro Egizio dei Morti è essenzial-
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