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Anima, civiltà, paesaggio nella visione di Oswald Spengler
mente la via che conduce all’aldilà attraverso il varco della morte. È
dunque una via sacra.
Altro protagonista simbolico del paesaggio culturale egizio è il Sole:
sono molteplici le figure divine che incarnano tratti solari. Del resto
una civiltà affascinata dal problema della morte non può che essere
sensibile al significato di un “numen” che ogni sera, al tramonto, sem-
bra affrontare il dramma della morte senza mai perdere il suo splendo-
re di vita. Nella piena maturità della civiltà egizia, le figure divine tendo-
no a confluire nell’archetipo del Sole. Questa convergenza è ciò che
con termine un po’ improprio si definisce “monoteismo solare”.
L’altra grande civiltà che appare agli albori della storia sulle sponde
dell’Eufrate non è segnata dall’isolamento, come quella egizia: lo spazio
mesopotamico è aperto da ogni lato. Molteplici popoli vi si stanziano,
passano dal nomadismo alla stabilità territoriale, dalla fase barbarica a
quella della assimilazione della cultura. Tutti questi popoli sono acco-
munati da una sorta di rapimento per gli spazi stellari. L’egiziano tende
a proiettare la luce abbagliante della regione nilotica nel mondo dell’al-
dilà; il babilonese invece è più legato alla vita terrena e negli astri, nella
parata delle costellazioni che ogni notte si manifesta, cerca appunto i si-
gnificati arcani di ciò che accade nel presente, la radice di eventi futuri.
L’astrologia babilonese, la scienza astrale dei Caldei diventa così il frut-
to più maturo dell’area di civiltà che sorge in Mesopotamia con i
Sumeri e trova il suo estremo sviluppo storico (la sua “Civilization”)
con gli Akkadi.
In India invece il legame della cultura con lo spazio circostante assu-
me un carattere “antitetico”. Una volta superata la fase giovanile (quella
dei conquistatori Indo-Europei, così simili agli Achei di Omero e ai
Vikinghi), l’India sviluppa una cultura che tende a superare ogni legame
con la natura. Gli Dei, gli spiriti dell’India sono lussureggianti come la
vegetazione del Punjab, ma appunto lo yogi seguace di Patanjali o
l’asceta buddhista cercano di superare la loro sfera di influenza e di
proiettarsi in una dimensione assoluta oltre il tempo e lo spazio. La na- 7
tura, benché affascinante nei suoi colori, nei suoi umori, è “Maya” ov- n. -
vero illusione destinata a incantare o a perire: l’anima dell’indiano si III
proietta di là da essa. 5
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SILVÆ 121

