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Il lavoro e la festa: il ciclo del vino nella Roma Antica


               del 50 a.C. cadesse alle Idi di maggio; inconveniente al quale rimediò la
               riforma giuliana, compiuta sulla base dei calcoli dell’astronomo alessan-
               drino Sosigene. Cesare aggiunse 23 giorni fra il 23 e il 24 febbraio e due
               mesi tra fine novembre e dicembre del 46 a.C. Il primo marzo del 45 di-
               venne così il primo gennaio e l’equinozio di primavera fu riportato al
               21 marzo. L’anno giuliano era composto di 365 giorni, quindi per ac-
               quistare le sei ore mancanti si aggiunse un giorno ogni quattro anni tra
               il 23 e il 24 febbraio, sì da avere un duplice dies sextus ante kalendas
               Martias, ossia bis sextus (da cui anno bisestile).
                  Ma questa riforma, dal carattere essenzialmente tecnico, almeno ap-
               parentemente, doveva costituire un vero stravolgimento nella tradizio-
               ne rituale romana, visto che si rinunciava all’elemento lunare per com-
               porre l’annualità soltanto in base al ciclo solare e quindi al corso delle
               stagioni. In termini concreti significa che le feste, basilarmente legate
               alla visione della luna (Giano veniva ovviamente celebrato in fase di lu-
               na nuova, mentre Giove voleva la pienezza dell’astro), perdevano que-
               sta loro valenza. Sì che al cittadino romano legato alla tradizione dovet-
               te apparire pressoché blasfemo, a riforma giuliana avvenuta, festeggiare
               il dio sommo con una luna incompleta, tanto da cogliere nell’innova-
               zione un tragico mutare di tempi e di mentalità. Con Cesare la sequenza
               Calende-None-Idi era resa assolutamente scissa dalla contemplazione
               lunare: era sottratto ai pontefici ogni arbitrio sulla ripartizione del tem-
               po ed affidata a un sistema scritto e pertanto immutabile l’organizza-
               zione del calendario e quindi della res publica. Il loro “scrutare” era dun-
               que sostituito dalla transcriptio unica e definitiva di Cesare Pontifex
               Maximus. Questi, ironia del destino, venne pugnalato alle Idi di marzo,
               momento che nella più antica ripartizione del tempo doveva coincidere
               col plenilunio, punto culminante del mese e di una annualità segnata da
               Giove. Ma, a riforma avvenuta, ogni legame fra la festa e la luna si era
               spezzato, e così in quel fatidico giorno dell’agguato a chi avesse rivolto
               gli occhi al cielo non sarebbe apparsa certamente la luna piena.


               La festa
                  Il termine Fasti, indicante il calendario, si riferisce ai dies fasti, giorni
          Anno
               di lavoro e non festivi, nei quali si può adire il tribunale, attività fonda-
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